martedì 26 luglio 2011

Una giornata tra uomini e caporali


Postiamo la mia inchiesta, pubblicata sul numero di giungo di "nuovo Paese Sera", sul drammatico fenomeno del caporalato nell'edilizia romana.

Arrivano alla spicciolata, uno due alla volta, sulle spalle uno zainetto con dentro la tuta da lavoro e qualcosa da mangiare. E formano subito dei capannelli, divisi rigidamente per nazionalità: da una parte del viale i romeni dall’altra i moldavi. Dopo una notte di temporali, il cielo è sereno. Sole, poggia o gelo cambia poco per loro. Sono disposti a tutto pur di portare a casa la paga di una giornata da manovali.

Ogni mattina sono un centinaio i lavoratori stranieri che si ritrovano qui davanti allo “smorzo” di Tor di Quinto, a nord di Roma. Gli “smorzi” una volta erano grossi pozzi dove veniva buttata la calce bollente, che una volta raffreddata, “smorzata” appunto, diventava polvere da utilizzare nei manufatti.

Oggi sono i punti vendita di materiale per l'edilizia. E braccia a basso costo, comprate illegalmente da venti a cinquanta euro al giorno, dipende da quello che c’è da fare. I “caporali” arrivano all’alba con i loro furgoncini e caricano di volta in volta gli operai di cui hanno bisogno. Carpentieri, manovali, elettricisti da portare nei cantieri della Capitale. Dopo le nove, invece, iniziano a passare cittadini e piccoli artigiani che hanno bisogno di operai per mettere a posto mattonelle del bagno o il verde di ville e appartamenti.

Siamo riusciti a mimetizzarci in mezzo a questo nuovo esercito di schiavi grazie all’unico sindacalista di cui si fidano. Daniel, romeno anche lui, aveva iniziato a lavorare nei cantieri come operaio, ora è l’avamposto della Cgil in questa terra di nessuno.

All’inizio sono sospettosi, diffidenti, poi grazie a Daniel iniziano a farsi coraggio e raccontare le loro storie. «Mi sono alzato alle quattro per essere alle sei qui davanti», dice Florin, muratore di cinquant’anni con moglie e due figli, «non sempre però ti fanno lavorare. Ci sono giorni che resto fino al pomeriggio senza essere chiamato. La sera quando torni è umiliante dire alla tua famiglia di non aver portato nemmeno un euro». Sul volto e negli suoi occhi i segni della fatica e della disperazione: «Non mi vergogno di dire che alla fine della giornata, senza soldi in tasca, sono costretto a andare a mangiare alla Caritas», conclude in un italiano approssimativo.

Su questo vialone, a poche centinaia di metri da Ponte Milvio, non c’è nemmeno un bar, per un po’ di ristoro o per usare i servizi igienici. «Ci trattano peggio degli animali», è il commento di un altro lavoratore. Parcheggiati in attesa dei “caporali”, che arrivano con una cadenza di cinque-dieci minuti, abbassano i finestrini, parlano con questi disperati. Una volta accettata l’offerta, vengono caricati sui furgoncini. Senza nessuna tutela. Senza nessun rispetto delle regole sulla sicurezza. «Io una volta», racconta Lucien, «sono stato a togliere i calcinacci in un appartamento al settimo piano facendo su e giù per i ponteggi, con un secchio di quarantacinque chili sulle spalle ti può succedere di tutto».

Alcuni romeni stanchi di aspettare si siedono a terra. Passano così il tempo, nella speranza che qualcuno li carichi. «Dicono che i romeni sono delinquenti», osserva Daniel, «ma questa è gente talmente orgogliosa da restare qui tutto il giorno invece che andare a chiedere l’elemosina o rubare».

Molti di loro, in passato, hanno avuto un lavoro regolare, ma sono stati i primi a perderlo quando è iniziata la crisi del mercato dell’edilizia. Hanno tutti tra i trenta e i cinquant’anni e sono la manovalanza più sicura da reclutare, senza rischiare l’incriminazione di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: i romeni sono europei. «Fino all’anno scorso avevo un contratto a tempo indeterminato», dice Mihai, che di mestiere fa il carpentiere, «guadagnavo 1200-1300 euro per dieci-dodici ore al giorno. Poi il principale mi ha licenziato e ogni tanto per sopravvivere vengo anch’io a cercare lavoro negli smorzi».

Quello del lavoro nero è un grande affare sia per i “caporali” che per le imprese. Ma quando chiediamo chi sono questi procacciatori di braccia umane e se sono legati alle organizzazioni criminali, tutti hanno paura di parlare. Al massimo ci dicono che sono in prevalenza anche loro romeni o albanesi, all’inizio operai come loro, e ora passati dall’altra parte della barricata. «Il caporale», spiega Mihai, «recluta gli operai per 80-100 euro al giorno, poi 40-50 li dà a loro e il resto se li intasca lui». Succede spesso però che questa povera gente non venga nemmeno retribuita. «Ti promettono di pagarti a fine lavoro», confessa Alexandrescu, «invece poi non si fanno più trovare, cambiando addirittura la scheda sim del telefonino».

La situazione non cambia negli altri “smorzi” della città. Su viale Palmiro Togliatti oltre agli albanesi ci sono anche operai italiani. «All’inizio», dice Roberto Cellini, segretario romano della Fillea, sindacato degli edili della Cgil, «non ci volevo credere, ma poi mi sono dovuto ricredere di fronte all’evidenza. La gravissima crisi che ha colpito il settore ha portato alla chiusura di circa seicento aziende con la perdita di sei mila posti di lavoro. Così anche molti italiani, pur di sfamare letteralmente la loro famiglia, sono costretti a rivolgersi al caporale di turno».

La Cgil ha censito 40 “smorzi” dentro e fuori il raccordo anulare davanti ai quali avviene il reclutamento. E sono 4-5mila gli operai che vengono “caricati” sui pulmini dei caporali ogni giorno. Sostanzialmente senza rischi per chi gestisce il mercato illegale di braccia: la sanzione prevista è una multa di 50 euro. Non a caso, la Fillea, che della lotta al caporalato ne ha fatto una vertenza nazionale, ha chiesto al Parlamento di introdurre uno specifico delitto, con sanzioni adeguate, simili a quelle previste per il traffico di essere umani.

Non è solo una questione, pure importante, di diritti. La stessa Fillea ha denunciato in più occasioni le infiltrazioni mafiose nei cantieri della città. «Su Roma c’è questa presenza», afferma Cellini, «e non è una presenza che sparisce da un giorno all’altro, ma si va radicando nel silenzio assordante della politica. Ed è un aspetto che ci preoccupa molto». Per questo è stato firmato un protocollo tra le parti sociali e il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, per una maggiore trasparenza negli appalti e nei controlli sui cantieri della città. Soprattutto per quanto riguarda l’incolumità di chi ci lavora. L’anno scorso l’Inail ha registrato 13 incidenti mortali, ma gli ispettori del lavoro sono solo 20. E spesso capita che passino mesi o addirittura anni prima che un controllo venga fatto.

Anche l’Associazione costruttori edili romani (Acer) chiede di alzare il livello di attenzione. «Bisogna vigilare di più», avverte il presidente Eugenio Batelli, «soprattutto sulle aziende che utilizzano manodopera in nero. Sono queste imprese che, praticando una concorrenza sleale, mettono ancora più in difficoltà quelle sane. Per questo abbiamo creato delle commissioni paritetiche con le altre parti sociali. E’ più difficile intervenire, invece, nelle situazioni di caporalato diffuse nei lavori edili fatti da piccole imprese che lavorano per il privato. Queste situazioni sfuggono ancora al nostro controllo».

È quasi mezzogiorno. Davanti allo “smorzo” di Tor di Quinto, il traffico comincia a scemare. Loro, romeni da una parte, moldavi dall’altra, sono ancora qui. Ogni tanto passa qualche autopattuglia dei carabinieri, perché a quattrocento metri c’è una delle più importanti caserme di Roma. Lucian ha una canna da pesca. Poco distante passa il Tevere: «Se riesco a pescare, almeno stasera avrò qualcosa da mangiare». E non scherza.

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