martedì 3 febbraio 2015

UN ARCIPELAGO RURALE

(Tratto da Liminaria.org) Una delle sorprese più piacevoli che possiamo trovare quando ci lanciamo totalmente in un progetto specifico, consiste nel fatto che sorgono forze e opportunità che prima non ci saremmo immaginati.(Domenico Cieri Estrada)

Liminaria è la sperimentazione di un modello di sviluppo delle aree interne. È la piattaforma nella quale testare la risposta che un territorio riesce a dare alle domande del nostro tempo.

Liminaria è l’applicazione di un filtro fotografico (sul paesaggio rurale del Fortore), capace di evidenziare il contrasto, di regolare la saturazione e di registrare i toni per riguardare in alta risoluzione quello che c’è davvero dentro questi territori di frontiera. Un vero e proprio layer sul quale si sovrappongono l’innovazione sociale, la costruzione di narrative, l’evidenza delle emergenze e l’umana genuinità. Per esperienza nell’organizzazione di un evento, una delle prime criticità è data dalla location; Liminaria non solo annulla questa tesi ma ne dimostra il contrario per la capacità che ha di produrre contenuti di qualità e di posizionarsi nel panorama nazionale dell’offerta culturale.

La crisi del nostro tempo impone la necessità di fare innovazione, di leggere in modo diverso i processi, di creare nuove relazioni e di dare un nuovo significato al concetto di bene culturale includendo in esso tutto il patrimonio intangibile custodito dalle comunità delle aree interne. Costruire un evento in un luogo così “altrove” come il Fortore ha il sapore di un confronto più netto con la contemporaneità; Liminaria fa emergere un’inversione di tendenza rispetto all’ossessivo inseguimento di modelli lontani non solo per distanza, ma per cultura e soprattutto “velocità”. Una velocità come fulcro di una relazione con il tempo che prova la presenza nelle comunità rurali di una misura che sembrava smarrita.

Se è vero che il concetto di libertà era legato all’allontanarsi dalla pesantezza della quotidianità che regna nei piccoli paesi dell’entroterra, oggi la stessa libertà dà origine alla necessità di interrompere lo “sradicamento” e di ri-edificare la comunità.
«È lo “sradicamento” causato dalla libertà che suscita, a sua volta, la domanda di protezione, la nostalgia di legami forti e di comunità, e quindi produce un’altra dismisura: quella del “ri-radicamento” etnico.» (Cassano, 1996)
Su questa “dismisura” bisogna lavorare.

Va posta l’attenzione sulla capacità di essere custodi di un sapere collettivo; consapevoli della necessità di un impegno continuo sulle nuove generazioni rivoluzionando il consueto coinvolgimento di scuole, famiglie e istituzioni per produrre un nuovo linguaggio direttamente rivolto ai destinatari di questo processo.

Un sapere a km zero senza intermediari. Il Fortore è linea di orizzonte, un “mare interno” con i suoi comuni che, come isole di un arcipelago, trattengono il respiro per ascoltare il vento avvolgere il paesaggio sonoro.
È la proiezione di un futuro rurale, profetico e visionario come lo immaginerebbe Arthur Rimbaud:

Ho visto arcipelaghi siderali! E isole
dove i cieli deliranti sono aperti al vogatore:
è in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esili,
milioni di uccelli d’oro, oh futuro Vigore?


Nel disegno di queste nuove geografie, emerge la necessità di elaborare una mappa che superi i limiti amministrativi e con l’evidenza delle aree attive sulle quali puntare per investire un capitale di esperienze e relazioni sulla governance di un processo partecipato di innovazione sociale, rurale e culturale.

Italo Calvino sosteneva che “d’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.

Ora, mettiamo che questo pensiero non lo applichiamo su una città, ma su un territorio rurale e che la domanda è: “qual è il modello di sviluppo più innovativo, immersivo e coinvolgente per le comunità?” a questo punto, se il territorio è il Fortore, la risposta non può che essere Liminaria.

Guido Lavorgna - Tabula Rasa Eventi

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