lunedì 27 febbraio 2017

Migranti tra disinformazione e ostilità

di Francesca Iannella*

Quando svolgevo il mio tirocinio presso la Cooperativa Sociale Dedalus di Napoli, Ousseynou, un ragazzo di 16 anni partito completamente solo dal Mali, compiendo per mesi un viaggio orribile e doloroso, durante una lezione di italiano un giorno mi disse:


Qui in Europa non è il paradiso come lo crediamo noi, è il contrario l’inferno per noi stranieri. Poi mi sono accorto che la gente ha paura di me, non so perché. Oppure che se entro in un treno non si siedono vicino a me perché sono nero forse. Ma io non mi arrabbio, non è colpa loro. I napoletani mai usciti da Napoli non conoscono certe cose. E poi non sanno la mia storia, le mie sorelline che ho lasciato perché voglio lavorare per far studiare loro, il viaggio bruttissimo dove pensavo di morire, perciò dicono queste cose. Ma i napoletaninon sono cattivi con noi se poi ci conoscono.
Ogni volta che leggo e ascolto parole contro i migranti ripenso a quello che mi ha detto Ousseynou ed è sulla base delle sue parole che voglio credere che le frasi dette siano dovute semplicemente alla disinformazione o alla cosiddetta “paura del diverso” e non a mere questioni di razzismo e di egoismo. 

Voglio credere che tutti i commenti e le chiacchiere siano dovuti alla strumentalizzazione delle notizie, alle bufale che circolano sul fenomeno migratorio, ai populismi di chi cerca il consenso elettorale soffiando sulle difficoltà dei cittadini, a chi gioca sulla “guerra tra poveri” per mantenere intatti il proprio potere e la propria ricchezza.

Ma soprattutto voglio ancora credere che l’uomo sia capace di provare empatia e che sia naturale avere slanci di solidarietà senza tornaconti personali.

Non capisco come si possa rimanere indifferenti e ottusi di fronte alla sofferenza umana e come sia possibile vivere pensando solo e sempre alla propria vita, “ai fatti nostri” e basta.
Voglio credere che ognuno di noi, messo di fronte a certe storie e certi occhi, non si risparmierebbe nel dare una mano e che proverebbe addirittura vergogna per aver pensato o detto certe cose.

Ed è questa piccola speranza che mi porta a scrivere queste righe e a provare a fare alcune riflessioni.

Siamo sicuri che ci troviamo di fronte ad un’emergenza e ad un’invasione?

La maggior parte dei rifugiati è riversata negli Stati limitrofi al proprio, spesso poveri anch'essi, perché spera di tornare al più presto a casa o perché sono Paesi culturalmente e/o linguisticamente più vicini al proprio. La maggior parte dei flussi migratori africani avviene all’interno del continente stesso, così come in Medio Oriente, e solo una piccola percentuale è diretta verso l’Europa.

Nel 2016 quasi 490mila profughi si sono rifugiati in Uganda (Stato africano), così come moltissimi sono i migranti “economici” che si spostano ogni anno in Sud Africa.
L’Unione europea – con una popolazione di 500 milioni di abitanti – riceve una piccola parte dei flussi migratori se consideriamo, per esempio, che nei primi mesi del 2015 il Libano con 6 milioni di abitanti accoglieva oltre 1,2 milioni di rifugiati; la Giordania con 8 milioni di abitanti aveva 600mila rifugiati; la Turchia con 80 milioni di abitanti ospitava 1,8 milioni di rifugiati.

Davvero vengono tutti in Italia?

I Paesi che hanno più immigrati e più richieste di asilo sono l’Inghilterra, la Germania, la Francia…non l’Italia. La maggior parte dei richiedenti asilo ha come obiettivo i Paesi del Nord Europa come la Svezia e la Norvegia, dove sanno che il sistema di asilo è migliore e più garantista, e quasi nessuno ha l’Italia come sua meta. Data la sua posizione geografica, però, l’Italia finisce per essere una tappa obbligata per coloro che devono attraversare il Mar Mediterraneo. Gli arrivi, tuttavia, non avvengono solo via mare e molti raggiungono l’Europa attraverso le frontiere terrestri passando per altri Stati.

È chiaro che mediaticamente ha molto più impatto l’arrivo così tragico di persone dal mare e si ha l’impressione di essere “invasi”, ma sono moltissime le persone che poi proseguono il proprio viaggio e non restano in Italia. Infatti - nonostante il regolamento di Dublino stabilisce che debba essere lo Stato di primo approdo ad esaminare la domanda di asilo - se ora l’Europa ha cominciato a “bacchettarci” è proprio perché l’Italia non sempre ha rispettato le regole e la sua quota di immigrati, facendo la “furbetta”: invece di identificare i migranti e includerli quindi nel nostro sistema di accoglienza, spesso indichiamo alle persone come raggiungere le frontiere e gli Stati a noi confinanti.

L’Europa non ci ha abbandonato, come spesso si sente dire, è esattamente il contrario: l’Europa stanzia moltissime risorse per aiutare il nostro Paese a gestire il fenomeno, ma poi noi “italiani” finiamo puntualmente per non utilizzarle come dovremmo. Invece di definire un sistema di accoglienza serio e strutturato, continuiamo ad adottare politiche emergenziali e improvvisate.

Quindi perché questo caos, questo gridare continuamente all’emergenza? Forse questa “emergenza” creata e mantenuta serve?

Sì, proprio così. Lo stato di emergenza lascia il posto all’“eccezione” ed è funzionale a creare una situazione in cui si può derogare allo stato di diritto, in cui la legge ordinaria non trova applicazione, in cui le regole possono non essere rispettate e in cui si dà spazio alla discrezionalità e quindi alla speculazione.

Un’emergenza è qualcosa di imprevisto, qualcosa che non si può prevedere, ma i flussi migratori sono ormai da anni regolari e costanti, sono un fenomeno strutturale e ampiamente prevedibile.

L’arrivo di queste persone non è più un’emergenza, emergenziali sono i modi con cui vengono affrontati. 

Ecco, perché è proprio questo il punto. Tralasciando il sistema di “prima accoglienza” e non potendo soffermarci ora sui particolari delle singole procedure, cerchiamo di capire come funziona in Italia il sistema di “seconda accoglienza” che è quello che ci riguarda anche a livello locale.

Esiste un sistema in cui l’accoglienza sia dignitosa, rivolta a un numero piccolo di persone e caratterizzata da percorsi di inclusione personalizzati, da progetti e servizi che vadano al di là della pura assistenza materiale? Un sistema affidato a professionisti con competenze specifiche e qualificate? Sì!

Esiste un sistema di accoglienza in cui l’erogazione dei fondi sia controllata, vincolata e subordinata a rigidi criteri di selezione? Sì!

Esiste un sistema in cui i controlli – sui servizi e i percorsi di inclusione e sulle risorse -  siano reali e severi e dove tutto deve essere rendicontato? Sì!

Tale sistema è lo SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) e per essere attivato necessita della volontà e della partecipazione degli enti locali. In questo modo si ha un’accoglienza integrata, diffusa, capillare e il numero delle persone viene stabilito sulla base del numero degli abitanti.

Vi è un fondo ordinario specifico, in cui confluiscono anche fondi europei. Una commissione specifica che valuta le domande e i progetti. Tutto rendicontato. Nessuna invasione, nessuna speculazione.

Cosa succede se l’ente locale non aderisce alla rete SPRAR? Qual è l’altro sistema di accoglienza previsto?

In questo caso ogni decisione passa alla Prefettura e si fa affidamento ai CAS (Centri di accoglienza straordinaria), i quali come si può immaginare dal nome stesso sono dei centri nati per l’insufficienza di posti nel sistema SPRAR e che in teoria dovevano essere temporanei.

Sono strutture di vario tipo, individuate sempre dalla Prefettura, e in mancanza di altri centri o appartamenti, a volte si richiede la disponibilità di posti agli albergatori o si collocano i migranti in vecchi hotel di zone periferiche. 

La loro natura “temporanea” fa sì che nei CAS si debbano semplicemente soddisfare le “esigenze essenziali”, i finanziamenti non vanno a progetto ma pro-capite e sono assegnati con un gioco al ribasso secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

In particolare, la loro “straordinarietà” spesso non lascia spazio e tempo per i controlli, né sul modo in cui vengono gestite le risorse né sull’idoneità delle strutture e del resto dei servizi.

Tutto ciò, come risulta evidente, a volte apre le porte a nuovi tipi di imprenditori senza scrupoli e senza coscienza che fanno profitti sulla pelle delle persone.

Dunque, gli SPRAR sono la regola, i CAS sono l’eccezione. O almeno, così dovrebbe essere. Cosa succede in realtà? Succede che siamo in Italia e più del 70% delle persone si trova invece nei CAS.

Il destino dei migranti è affidato un po’ al caso e dipende dal tipo di struttura in cui verrà collocato e dalla gestione dell’ente che vincerà la gara.

Ora, una domanda sorge spontanea: stando così le cose, perché gli enti locali non aderiscono alla rete SPRAR e tutto viene lasciato a logiche emergenziali e alla Prefettura?

I motivi possono essere molteplici e di varia natura. Ci sono motivazioni politiche, dettate dalla paura di perdere il consenso elettorale e popolare dei cittadini contrari all’accoglienza dei migranti e quindi si preferisce il sistema deresponsabilizzante dei CAS, in modo che nessuno possa essere accusato di aver avuto un ruolo attivo e anzi si possa affermare di aver subìto l’arrivo di queste persone.

E ci sono motivazioni economiche, come per esempio la necessità di cofinanziamento da parte dell’ente locale (pari solo al 5 %) o anche – come in alcuni casi in Italia è stato rilevato – dinamiche legate alle questioni di cui ho parlato prima.

In ogni caso, l’accoglienza nei CAS dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento dei richiedenti asilo negli SPRAR o ai tempi burocratici relativi agli esiti della domanda di asilo. Il periodo di accoglienza previsto negli SPRAR è invece di sei mesi - dal momento della notifica del riconoscimento della protezione internazionale o della concessione della protezione umanitaria - con possibile richiesta di proroga in alcuni casi particolari.

Dopodiché, i migranti escono dal circuito dell’accoglienza e diventano indipendenti ed autonomi, spesso allontanandosi dai territori in cui erano stati trasferiti. 

Ora, prescindendo dagli aspetti più tecnici e dalle modalità con cui le persone sono inserite nel sistema di accoglienza, siamo sicuri che non ce la stiamo prendendo con le persone sbagliate? Davvero, in cuor vostro, riuscite a provare rabbia per gente che ha lasciato e perso tutto e che si trova adesso, sola, in balia di uno Stato straniero che non riesce o non vuole adottare una politica seria in tema di immigrazione?

Siamo sicuri che l’unico percorso da intraprendere sia quello di scagliarsi contro altri esseri umani che non hanno nessuna colpa per essere nate altrove e che hanno semplicemente scelto, con fatica e rischiando la vita, di lasciare il proprio Paese e la propria famiglia per cercare un futuro che lì gli viene negato?

Sono la prima ad essere contraria ad un sistema di (non) accoglienza che fornisce alle persone in maniera assistenzialistica solo un pasto e un tetto, sono la prima a provare rabbia per chi usa il fenomeno migratorio come un ulteriore mezzo per fare business e speculazione.

Sono tantissimi ormai quelli che vedono nella persona migrante solo un numero su cui fare affari, ma il problema non può essere spostato su chi di questo sistema ne rappresenta la vittima.

E non si risolve certo la questione facendo “pulizia” di altri esseri umani (come qualche sciacallo politico non ha avuto vergogna di dire), ma denunciando chi lucra, migliorando e ampliando il sistema di accoglienza e usando le risorse a disposizione in maniera trasparente e corretta.

Ci sono tutti gli interessi per alimentare un odio sociale insensato e ingiustificato che crea un “noi” e un “loro” e ci fa individuare il “nemico” e la causa dei nostri problemi in chi è percepito come “esterno”, “diverso”, “straniero”. 

Ci forniscono un capro espiatorio per tutti i mali – i migranti - e noi cadiamo vittima di questa trappola e ci scagliamo contro altri esseri umani, senza capire che noi e loro siamo la stessa cosa e che dovremmo stare dalla stessa parte nel combattere battaglie ben diverse.

Se i diritti previsti per i cittadini italiani non sono garantiti la colpa non è dei migranti.

Se le cose “a casa nostra” non funzionano la colpa non è delle persone che non hanno quei diritti nel proprio Paese e che si spostano proprio per cercarli, e non miglioreranno di certo se sbattiamo la porta in faccia a persone cariche di disperazione o semplicemente alla ricerca di una vita migliore, proprio come chi dal nostro paesino si sposta da “immigrato” altrove.

“Noi” e “loro” siamo dalla stessa parte, siamo tutti vittime di chi questo mondo lo vuole a disposizione di pochi e che ogni giorno continua a distruggere.

Così come noi oggi ci chiediamo cosa faceva la gente comune mentre milioni di persone venivano deportate e uccise nei lager nazi-fascisti e come sia possibile che tutto ciò sia avvenuto nel silenzio e nell’indifferenza, anche noi un domani dovremo rendere conto delle nostre azioni o delle nostre omissioni.

Mi chiedo cosa risponderemo a chi ci chiederà perché abbiamo lasciato che milioni di essere umani annegassero nel Mar Mediterraneo, o venissero torturati nelle prigione libiche, violentati nei deserti africani, martoriati sul filo spinato e i muri delle frontiere orientali.

E rispetto a chi è sopravvissuto, a chi ce l’ha fatta e ora è qui, quali saranno state le nostre azioni?

Se e quando queste persone arriveranno abbiamo solo due scelte: restare umani e prepararci all’accoglienza, pronti soprattutto all’ascolto, alla conoscenza, all’apertura mentale e al rispetto verso culture e religioni differenti, scrollandoci di dosso i nostri pregiudizi… o chiuderci in noi stessi, rimanere preda della paura, cercare modi e pretesti per avvalorare le nostre idee, scagliarci contro altri esseri umani e pensare, sulla base di una concezione razzista della società, che in ogni caso “vengo prima io perché sono italiano”.

Per fortuna, però, il razzismo non è un’opinione, ma un reato. 
              
Noi non abbiamo alcun merito per essere italiani, siamo nati qui come potevamo nascere altrove.

Ogni essere umano ha gli stessi diritti, al di là del pezzo di mondo in cui è nato. E soprattutto ha il diritto di spostarsi e cercare un futuro altrove se quei diritti che spettano a tutti per nascita non sono previsti o garantiti.


Se le istituzioni sono colpevoli di inerzia e inefficienza, spetta ancora una volta a noi agire e dimostrare di essere diversi. Se di fronte all’accoglienza di esseri umani coloro che dovrebbero e potrebbero fare qualcosa ne approfittano o restano fermi, in disparte, vigliacchi e complici, spetta a noi provare a fare qualcosa di positivo e di bello.

*già tirocinante come operatrice sociale

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