di Nicola Perrini
PROPOSTE. Come rilanciare i prodotti locali per salvare un patrimonio enogastronomico in pericolo.
Dopo che la stampa ed i media in genere ne hanno tanto parlato, sono ormai chiari a molti gli innumerevoli vantaggi di consumare prodotti a chilometri zero. Com’è noto, infatti, la stragrande maggioranza dei prodotti, alimentari e non, viaggia su gomma, con conseguenze disastrose per l’ambiente e non solo. Abbiamo raggiunto l’enorme quantità di 50 milioni di tonnellate l’anno di immissioni di Co2 in atmosfera, per il solo trasporto merci. Questo ci costa, in termini economici, ben 5,5 centesimi a tonnellata, che significano circa 33 miliardi di euro l’anno. Ma questo sistema di trasporto è anche tra le cause delle migliaia di vittime della strada che si registrano ogni anno.
Il tutto per trasportare magari acqua in bottiglia per centinaia di chilometri da una parte all’altra del paese oppure prodotti facilmente reperibili ovunque. Emblematico il caso di molti ortaggi, coltivati in Campania, trasportati fino in Veneto, lì imbustati e poi rispediti nelle zone di origine. Consumare questo tipo di prodotti rischia di essere un atteggiamento irresponsabile che non ha più motivo di essere. Da non sottovalutare poi, è la massificazione dei gusti, con la larga diffusione di prodotti industriali che nulla hanno a che vedere con il territorio e le tradizioni locali. Si finisce per acquistare merci, reclamizzate in tv in maniera così martellante, da annullare in noi qualsiasi spirito critico e farcel accettare come fossero le migliori.
Così le imprese che puntano sulla specificità e sulla qualità e che non possono, per le loro dimensioni, accedere al grande circo mediatico, sono tagliate fuori e costrette al ridimensionamento, finché, una alla volta, non spariscono dal mercato. Siamo alla distruzione del nostro patrimonio enogastronomico. I nostri prodotti freschi, quelli ricchi di sapore, di vitamine, quelli che appartengono alla nostra straordinaria dieta mediterranea, che in Campania è stata studiata e teorizzata, attingendo alla tradizione di secoli, vengono ignominiosamente sacrificati a vantaggio di alimenti ricchi di conservanti e dal sapore insignificante. Ma tutto questo costa anche, ai meridionali, la bella cifra di circa 58 miliardi di euro l’anno. A tanto ammonta il valore dei beni e servizi acquistati al Nord.
Su 100 euro di spesa, infatti, solo 6 restano al Sud e ben 94 prendono la via del Nord. Lì vanno a gonfiare zone già arricchite da questo sistema, dove c’è chi ora pensa di poter chiedere, beffa delle beffe, la secessione o il federalismo che, per come sta nascendo, è la stessa cosa. E quante imprese meridionali sono state costrette a chiudere da questo sistema, quante tradizioni sono state cancellate, quanti giovani sono stati costretti ad abbandonare i loro territori ed emigrare in cerca di lavoro? Urge allora un comportamento più responsabile e coerente da parte dei consumatori meridionali. Un comportamento che sia capace di spezzare questo circolo vizioso che sta cancellando la nostra economia e la nostra identità.
Pubblicato su TERRA del 17 gennaio
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