Reperti archeologici lungo il tracciato del metanodotto che si sta realizzando tra Biccari (Puglia) e Campochiaro (Campobasso). I ritrovamenti sono avvenuti in due aree del territorio comunale di Castelvetere in Valfortore, uno in località Morrecine, e l’altra a Fonte Gallina. Nella prima è stata scoperta una tomba risalente all’epoca sannita e nella seconda invece un muro appartenente alla stessa epoca. Per ora la Soprintendenza, che nei giorni scorsi ha effettuato un sopralluogo con la dottoressa Luigina Tomay, responsabile dell’ufficio Beni archeologici di Benevento, non si è pronuncia sull’entità della scoperta. Un ritrovamento che non ha sorpreso esperti e studiosi. Che il metanodotto nel territorio fortorino non doveva passare, infatti, alcune associazioni lo avevano detto con largo anticipo, anche con richieste ufficiali alla Soprintendenza e alla Snam.
Già nel 2007, il responsabile della sezione del WWF Sannio, Camillo Campolongo, chiedeva alla società responsabile della rete del gas la massima attenzione durante la realizzazione del metanodotto in alcune aree del Fortore e del Tammaro. In particolare nella nota si faceva riferimento alle zone delle Sorgenti ed Alta valle del fiume Fortore, Bosco di Castelvetere in Valfortore, Bosco di Castelpagano. Nella missiva di Campolongo si metteva soprattutto in evidenza “l’esistenza nel comune di Castelvetere di una zona archeologica (necropoli ed altri reperti del periodo dal V al III sec. a.C.), riconosciuta con D.M. 13.5.1983 e D.M. del 27.6.1984 del Ministro per i Beni Culturali e Ambientali”.
In un’area vicina alla zona di Fonte Gallina, infatti, è stata rinvenuta circa 20 anni fa una necropoli di epoca sannitica, molto probabilmente costruita tra il VII e il III secolo a.C. Una scoperta che conferma anche le preoccupazioni espresse dal circolo di Legambiente Fortore. Proprio nelle scorse settimane, infatti, l’associazione guidata dal presidente Michele Barbato aveva inviato una nota alla Soprintendenza ai beni culturali e archeologici di Benevento e Caserta nella quale si chiedeva “se fossero state fatte tutte le opportune indagini preventive così come richieste dalla stessa Soprintendenza in una nota inviata alla Snam”.
“Alla luce dei rinvenimenti archeologici emersi dagli scavi del metanodotto – ha detto Barbato - possiamo dire che le nostre preoccupazioni erano fondate: si sta minando anche la memoria storica di un territorio ormai condannato dalle politiche di sviluppo economico globale. È avvilente osservare il lesto procedere dei lavori in un contesto territoriale così fragile sia dal punto di vista naturalistico che idrogeologico oltre che archeologico. Questo territorio notoriamente isolato per la carenza di infrastrutture necessarie al suo sviluppo e con un tasso di densità di popolazione che cala vertiginosamente ad un ritmo sbalorditivo, oramai è completamente asservito ai grossi poteri della globalizzazione. Un deserto dotato di infrastrutture energetiche strategiche a carattere nazionale e internazionale. Ci sentiamo impotenti – ha concluso - difronte a questa politica a solo vantaggio dei potenti”.
Del ritrovamento è stato informato anche il sindaco di Castelvetere, Luigi Iarossi, che si è recato sul posto dove ha incontrato i responsabili della Sovraintendenza. “Seguiremo con interesse l’evolversi degli scavi. Vigileremo affinché si faccia piena luce sul ritrovamento. Saremo in stretto contatto con gli esperti della Soprintendenza- ha spiegato Iarossi – per essere costantemente informati sulla situazione. Se dall’analisi dei reperti dovesse venir fuori qualcosa di interessante per il nostro territorio sarebbe un fatto estremamente positivo”.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine del 29 novembre)
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