Correva l’anno 2014 e Renzi annunciava in pompa magna una svolta epocale nel campo dell’innovazione tecnologica (“L’Italia deve cambiare faccia, anzi deve cambiare interfaccia”). Da una Venezia estiva il premier insisteva sul superamento del gap digitale e sulla creazione di nuovi posti di lavoro nel settore. Secondo il Censis lo spread digitale, infatti, costa al Belpaese 3,6 miliardi all’anno di mancata crescita economica.
E così a bacchettare la Penisola in tema di politiche digitali ci ha pensato l'Unione europea. Secondo il rapporto Digital economy and society index 2015, presentato nei giorni scorsi e quasi ignorato dalla stampa, l’Italia è soltanto al venticinquesimo posto nella classifica elaborata dalla Commissione europea. Siamo in compagnia di Paesi definiti a basse prestazioni quali Ungheria, Slovacchia, Slovacchia, Cipro, Polonia. Peggio hanno fatto solo Grecia, Romania e Bulgaria.
Tutt’altro discorso per i Paesi ad alte prestazioni digitali. In cima alla classifica svettano quelli che hanno saputo investire in innovazione tecnologica: Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Finlandia.
Ma quali sono le ragioni del nostro ritardo? L’Italia paga innanzitutto lo scotto di non aver creduto nelle potenzialità della rete. Siamo ultimi in Europa per connessione a internet veloce (la media è di 9,18 Mbps): solo il 21 per cento delle famiglie ne fa uso.
Un altro dato negativo è l’abbonamento del 51 per cento delle famiglie italiane alla banda larga fissa. Mentre gli abbonati alla banda larga superiore (30 Mbps) sono pari al 2,2 per cento. Basti pensare che la media UE è del 22 per cento per capire come il ritardo nell’Agenda digitale penalizzi fortemente aziende e cittadini.
“Lo sviluppo dell'economia digitale sembra essere frenato dal basso livello di competenze digitali”, si legge nel rapporto. E così solo il 59 per cento degli utenti usa abitualmente internet, mentre addirittura 31 per cento degli italiani non sa nemmeno come si accede alla rete. Non solo: il 42 per cento degli utenti utilizza i servizi bancari online e il 35 per cento fa acquisti online.
Va un po’ meglio per le imprese nel campo della gestione digitale (ventiduesimo posto), ma non si fa progressi nello sfruttare le potenzialità dell’e-commerce, qui il fatturato totale è di appena il 4,8 per cento.
L’Italia non brilla, poi, nemmeno in tema di e-Government. Per la Commissione europea, “in parte perché i servizi pubblici online non sono sufficientemente sviluppati e in parte a causa delle carenze in termini di competenze digitali”.
Sono trascorsi un po’ di mesi dalle dichiarazioni di Matteo Renzi e solo alla fine dell’anno scorso il Governo ha predisposto il Piano nazionale banda ultra larga e quello di Crescita digitale per il perseguimento degli obiettivi dell’Agenda digitale, così come previsto dall’Accordo di partenariato 2014-2020.
“Dotare l’Italia di reti a banda ultralarga è anche la premessa per avere un giorno un’Italia più veloce, più agile, meno burocratica”, si legge nei piani della presidenza del Consiglio, che – è notizie di queste ore – metterebbe sul piatto 6 miliardi di risorse da qui al 2020.
Intanto, non solo continuiamo ad essere gli ultimi per copertura a banda ultralarga “ma anche la nazione con la più estesa diffusione di aree a fallimento di mercato (aree bianche next generation) d’Europa”. Un bel risultato non c’è che dire.

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