lunedì 4 maggio 2015

L'ITALIA CHE NON C'È

di Nicola Perrini
Una parte dell’Italia non esiste. Il Meridione non ha infatti strade, autostrade, linee ferroviarie ed aeroporti minimamente paragonabili agli standard europei, non ha un sistema produttivo proporzionale alla sua estensione e popolazione, ma acquista in larga parte i beni dall’industria del Nord
Non ha propri importatori dei beni extranazionali, ma delega anche questa importante funzione ad operatori di altri territori, non ha Banche autonome, né società assicuratrici. 

Collegandosi alla purtroppo ben nota attualità relativa al disastro verificatosi in Irpinia con la perdita di 38 vite umane, appaiono evidenti le gravi carenze tecniche dell’autostrada, con particolare riferimento all’assoluta inadeguatezza delle barriere. In questo caso il concessionario ha giocato al risparmio, contribuendo al sacrificio di tante vittime innocenti. 
E fa rabbia pensare che siano in costruzione ben 25 nuove autostrade al centro-nord ed una sola al Sud (il completamento che dura da decenni della SA-RC), mentre lo stesso concessionario realizza tanti utili da permettersi di andare a fare shopping in mezzo mondo (basta visitare il sito della soc. Autostrade per l’Italia (?) o Atlantia per rendersene conto). 
Lo stato dei fatti ha origine lontane, dall’epoca della cosiddetta unità italiana, quando gli interessi di Piemonte, Lombardia, Liguria ed anche della Toscana sono stati anteposti a tutti gli altri, creando così quella divaricazione che prima non esisteva. Investimenti pubblici tutti orientati in una sola direzione ed una politica economica pensata per favorire la nascita del cosiddetto triangolo industriale a scapito delle altre realtà, attingendo alle riserve del Sud ed alle rimesse degli emigranti, hanno posto le basi per la situazione attuale.
Quando si è trattato poi di creare delle infrastrutture per l’intera nazione si è fatto in modo che le imprese impegnate fossero tutte del Nord, sia che si trattasse di ferrovie che di telecomunicazioni. E’ emblematico che la società scelta per dotare la nazione di un sistema telefonico sia stata la SIP (Società Idroelettrica Piemontese, poi Società italiana per l’esercizio telefonico, poi Telecom Italia) di Torino, così come per la TV sia stata scelta l‘EIAR (poi RAI ) di Torino. E potremmo continuare all’infinito, con le tristemente note vicende di Pietrarsa, di Mongiana, di Bombrini e della Banca Nazionale Sarda (poi Banca d’Italia) e così via. Ecco, così è nato il dualismo che conosciamo, conuna parte dell’Italia trattata da colonia e con un’altra che si è così avvantaggiata, sviluppandosi a livelli quasi europei.
Ma il danno più grande è stato sicuramente prodotto nelle coscienze dei meridionali, che hanno in larghi strati della popolazione maturato la convinzione di essere inferiori, fannulloni e mediamente più disonesti della restante parte d’Italia. A ciò hanno contribuito sicuramente l’oggettivo dualismo venutosi a creare, ma anche la TV e la stampa. 
La RAI, pagata anche da noi, si è distinta per un’azione costante di delegittimazione e marginalizzazione di tutta la realtà meridionale, dando eco e visibilità solo agli accadimenti negativi che si verificassero al Sud, mai a quelli positivi. Basta guardare qualunque notiziario o programma televisivo anche di intrattenimento per accorgersi che l’Italia meridionale per la RAI semplicemente non esiste e può essere solo oggetto di biasimo per le vicende negative a cui si da ampio risalto.
Pure la stampa contribuisce ampiamente a diffondere nelle coscienze e giustificare quella subalternità del Meridione, basti pensare alle ben note classifiche che Il Sole 24 ore ci propina regolarmente e che ci vedono sempre alle ultime posizioni in tutto. Per inciso, a qualcuno è bastato aggregare i dati in maniera differente, per ottenere risultati sorprendenti.
Altra causa fondamentale dell’attuale situazione disastrosa è sicuramente la politica. Basta guardare infatti la composizione dei governi, con particolare riferimento ai primi ministri ed ai ministri dell’economia, per rendersi conto che solo il Nord è rappresentato, con qualcuno dei nostri nel ruolo di comprimario. Non dimentichiamo inoltre che esiste un partito regionale dichiaratamente antimeridionale che ha avuto ed ha un ruolo importantissimo nella politica nazionale e che ha tra l’altro prodotto un aumento a dismisura dei costi della politica e l’aggravio del debito pubblico. 
In conclusione si ha la piena evidenza di un Sud completamente dimenticato e costretto a livelli da terzo mondo. Per risalire la china occorrerà cominciare ad eleggere politici realmente radicati nei territori, giustamente fieri e ben determinati a rappresentare i nostri interessi ed inoltre a favorire la nascita di una nuova imprenditoria che possa, senza nessun timore reverenziale, cominciare a riequilibrare la bilancia commerciale interregionale, oggi fortemente squilibrata.
Quest’ultimo aspetto, che appare molto difficile viste le oggettive maggiori difficoltà operative e la scarsità di capitali, è in realtà l’unica strada percorribile, ben sapendo che occorrerà uno straordinario impegno e grande spirito di sacrificio. Tutto deve essere messo in discussione ed occorre pensare in positivo. 
Quello che viene realizzato industrialmente al Nord può infatti essere migliorato, reso maggiormente rispondente alle richieste degli utilizzatori, proposto in veste più innovativa. Sarà indispensabile inoltre uno sforzo particolare nel campo dell’aggregazione delle imprese e nella cooperazione, senza il quale non si riuscirà a raggiungere quella massa critica necessaria per poter competere efficacemente.



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