venerdì 18 novembre 2016

Referendum e piccoli Comuni: ecco perché è meglio votare NO

di Gianfilippo Mignogna*

Faccio un paio di premesse di carattere personale. Prima: sono tra quelli nauseati da questa lunghissima campagna referendaria. Confesso di non riuscire a seguire neanche più un dibattito (manco quelli di Mentana che resta il top). Avverto quasi un senso di rigetto che neanche di fronte ai mattoni di diritto costituzionale ai tempi dell’università. 


Seconda: per quello che ne capisco, la proposta di riforma presenta certamente aspetti positivi ed altri meno condivisibili, ma di fronte ad un quesito unico, peraltro con una serie di domande vagamente retoriche, non se ne esce: bisogna pronunciarsi senza mezze misure.

Ed allora una cosa deve essere chiara. Questa riforma, al di là del bicameralismo perfetto, del numero dei senatori e della loro elezione e del destino del CNEL, riguarda direttamente anche i Piccoli Comuni. Lo so che non ve lo dice nessuno, ma è così. Per me questo è l’aspetto preponderante.

La colpa, per così dire, è di una apparentemente piccola proposta di modifica della lett. p) dell’art. 117. Qualcosa di talmente piccolo da sfuggire agli importantissimi dibattiti sui massimi sistemi. Ma che non può sfuggire a chi, come me, ama (a vita) ed amministra (a tempo) un Piccolo Comune.

Il 117 è l’articolo che, inserito nel famigerato Titolo V, si occupa della potestà legislativa dicendoci le materie che sono di competenza esclusiva dello Stato, quelle concorrenti con le Regioni e quelle residuali. Non è fatto benissimo. 

Ha suscitato diversi dubbi, molteplici conflitti di attribuzione ed un numero spropositato di contenziosi tra Stato e Regioni. Dunque, il Riformatore (ex Rottamatore) ha tutto il diritto di metterci mano, purché risolva i problemi, senza crearne di nuovi.

Ho scoperto, invece, che la modifica della lettera p) ne creerà parecchi di problemi, soprattutto ai Piccoli Comuni. Il testo vigente prevede che possa essere solo lo Stato a poter legiferare in materia di legislazione elettorale, di organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città Metropolitane. 

La proposta di riforma, invece, aggiunge alla materie di competenza esclusiva dello Stato anche l’ordinamento e le “disposizioni di principio sulle forme associative dei comuni”.

Sembrerebbe, in buona sostanza, che il Governo abbia approfittato della più grande revisione costituzionale mai tentata prima per infilare, quasi di soppiatto, una frase di otto parole che gli consentirebbe di legiferare, senza l’impiccio delle Regioni, sull’associazionismo comunale.

È evidente che la cosa non può essere casuale. Fusioni ed Unioni di Comuni sono già disciplinate dal Testo Unico degli Enti Locali, peraltro, prevedendo un intervento diretto delle amministrazioni e/o delle comunità interessate. 

Alcune Regioni hanno già disciplinato in materia stabilendo, come in Puglia, l’obbligatorietà del referendum popolare oltre che delle delibere dei Consigli comunali. Insomma, i più accaniti sostenitori degli accorpamenti comunali hanno già tutti gli strumenti per cercare di raggiungere (democraticamente) il loro obiettivo.

Ma probabilmente non basta. È quel democraticamente tra parentesi che deve risultare noioso. Il coinvolgimento delle popolazioni interessate (che per la stragrande maggioranza hanno sempre voto contro le ipotesi di fusione) e quel minimo di autonomia rimasta agli Enti locali deve apparire ai nuovi Costituenti una specie di ostacolo da rimuovere definitivamente. 

La partita non vogliono neanche più sudarsela. Vogliono vincere e basta.

Per eliminare meglio e più in fretta i Piccoli Comuni – avranno pensato –  conviene accentare ogni competenza in capo allo Stato e calare dall’alto verso il basso le disposizioni di principio sulle forme associative dei comuni. A ben vedere è una contraddizione in termini: la disciplina delle Autonomie Locali nelle materie di esclusiva competenza statale.
Potrei sbagliarmi, ma a me il disegno sembra piuttosto chiaro. 

Non si sposta questa materia così delicata nelle competenze esclusive dello Stato senza un motivo preciso. Io sono per la democrazia di prossimità, per mantenere e rafforzare gli Enti locali, per un’Italia fondata sulle identità dei campanili e che considera i Sindaci (la cui importanza si è vista anche in occasione degli ultimi terremoti) ed i Comuni come pilastri dell’ordinamento, non sprechi o inutili complicazioni.

Ecco perché, nel dubbio, meglio votare NO.

*sindaco di Biccari (Foggia)

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