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| Un momento della marcia |
Il 14 aprile 1957, dopo una serie di infruttuosi scioperi,
alcune centinaia di disoccupati del Fortore, stanchi della loro miseria,
decisero di attuare una clamorosa forma di protesta: andare a piedi fino a Roma
ad urlare il proprio dolore e la propria disperazione sotto le finestre di
Montecitorio.
Fu «l'ultimo atto della tragedia del vecchio Fortore», come
lo ha definito Gianni Vergineo.
I dimostranti non arrivarono mai a destinazione. Partiti a
piccoli gruppi da diversi centri dell’Alto Fortore, furono bloccati dalle forze
dell’ordine a 30 km dalla partenza, nei pressi del cimitero di San Marco dei
Cavoti. Bloccati, malmenati, arrestati e schedati come delinquenti comuni.
Dei protagonisti di quella triste vicenda, che vide la
partecipazione di molte giovani donne, pochissimi sono ancora in vita. I figli
di quella generazione di coraggiosi, oggi anziani, ne conservano solo un
ricordo sbiadito. Il fatto è quasi totalmente ignorato dalle giovani
generazioni.
Se è vero ciò che ha detto Adolfo Perez Equivel, che «quando
è difficile capire dove si sta andando è necessario voltarsi indietro per
sapere da dove si viene», non possiamo non sentire l'urgenza di tornare a
parlare di questo episodio.
E' per questo motivo che l'Istituto "Medi-Livatino"
di San Bartolomeo in Galdo, in collaborazione con alcune Associazioni del
territorio, ha deciso quest'anno di organizzare due eventi per celebrare il 60°
anniversario della "Marcia della fame".
Con un gruppo di studenti dell'ultimo anno, abbiamo ascoltato la voce dei testimoni e cercato negli archivi delle biblioteche e delle emeroteche locali ricordi e documenti che ci consentissero di ricostruire più o meno oggettivamente i fatti avvenuti.
Con un gruppo di studenti dell'ultimo anno, abbiamo ascoltato la voce dei testimoni e cercato negli archivi delle biblioteche e delle emeroteche locali ricordi e documenti che ci consentissero di ricostruire più o meno oggettivamente i fatti avvenuti.
Ne è
venuto fuori un lavoro importante, che speriamo possa costituire la base per approfondimenti
futuri e, soprattutto, il punto di partenza per un rilancio della
"questione fortorina".
Quella del '57 non fu certamente una rivoluzione. Non lo fu
nei fatti, né nelle intenzioni. Quegli uomini e quelle donne, armati solo della
loro gioventù segnata dalla miseria, si misero in strada alle primissime luci
dell'alba, in quella piovosa giornata di aprile, per andare fino a Roma a
rivendicare il loro diritto ad esistere. Non chiedevano la terra i
"lavoratori" del Fortore. Qui, a differenza che in altre, più
"calde", zone del Sud Italia, «non si sono mai registrati fatti di
occupazione di terre incolte (Vergineo)».
La grande riforma agraria del 1950
non toccò neppure i pochi, grossi proprietari terrieri che concentravano nelle
loro mani la maggior parte delle terre. Anzi, «il numero dei piccoli possessori
era piuttosto rilevante».
Ma gli esigui appezzamenti di terreno coltivabili, in
un territorio in buona parte arido, non bastavano neanche a garantire la
sopravvivenza. Così ci si arrangiava per buona parte dell'anno con piccoli
lavori stagionali.
I 500, forse 600, disperati che partirono quella mattina
alla volta della Capitale, guidati dai dirigenti locali e provinciali della
CGIL e del Partito Comunista, intrapresero il loro viaggio della disperazione
per chiedere solo pane e lavoro. Se visto, dunque, nel contesto generale delle
lotte e delle rivolte contadine del secondo dopoguerra nell'Italia meridionale
quello della "Marcia della fame" del 1957 nel Fortore è solo un
piccolo, marginale episodio.
Ma se proviamo ad osservarlo dall'interno di
questo territorio dimenticato ("dall'osso", come direbbe Manlio Rossi
Doria) e lo leggiamo alla luce di tutto quello che di drammatico c'è stato dopo
(promesse non mantenute, emigrazione emorragica, spopolamento progressivo,
isolamento) quel piccolo episodio acquista una valenza simbolica straordinaria
e diventa un atto paradigmatico e profetico nella sua inane drammaticità.
La nostra piccola
sfida è questa: provare ad unire, come ci invita a fare lo scrittore portoghese
Josè Saramago, MEMORIA e RESPONSABILITA' in uno stesso grande discorso che,
recuperando un episodio del nostro recente passato, troppo superficialmente
dimenticato e rimosso, ci consentirà di affrontare i problemi del presente con
più consapevolezza e maggiore determinazione.
(Tratto dalla pagina Facebook dedicata alla marcia)
P.S: Si ringrazia il prof Emanuele Troisi per aver messo a disposizione i fotogrammi estrapolati dal famoso documentario girato 19 anni dopo la marcia da Ugo Gregoretti in occasione del murales realizzato dallo storico gruppo cileno Gli Intillimani a San Bartolomeo in Galdo.
P.S: Si ringrazia il prof Emanuele Troisi per aver messo a disposizione i fotogrammi estrapolati dal famoso documentario girato 19 anni dopo la marcia da Ugo Gregoretti in occasione del murales realizzato dallo storico gruppo cileno Gli Intillimani a San Bartolomeo in Galdo.


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