Riceviamo e pubblichiamo il messaggio inviato da parte di Maurizio Coduti di Montefalcone
Caro Antonio, ho appena finito di leggere il tuo racconto
breve e devo dirti che a me è piaciuto parecchio. Credo che nel suo minimalismo
narrativo racchiuda il grande pregio di restituirci, intatti purtroppo, tutti quegli
interrogativi che sostanziano l'evoluzione (si fa per dire!) storica della
comunità fortorina.
1. Perché mai, a distanza di oltre mezzo secolo dai fatti
narrati, la situazione socio-economica del Fortore è rimasta quasi immutata,
soprattutto nel confronto con le aree più progredite della nazione?
2. Come mai spesso prevale la tendenza a confondere la
sottomissione ad uno stato di cose che è palesemente in odor di regime con la
pace sociale e a chi, nello specifico, giova queste immutabili temperie?
3. Per quale ragione non si riesce a far fronte comune verso
una situazione dominata da un profondo degrado sociale, economico e culturale
che, come in un pericoloso circolo vizioso, sembra arrotolarsi su se stessa,
cibandosi dei suoi stessi miasmi e impiantando, purtroppo anche nelle nuove
generazioni, il seme dello sconforto, dell'apatia, dell'immobilismo?
Io, ne abbiamo avuto modo di parlare più volte con te di
tutto ciò, continuo a pensare che soltanto nel momento in cui saremo stati in
grado di dare risposte consapevoli e convincenti, in termini non soltanto di
pensiero ma anche di azione, a quegli
interrogativi, avremo recuperato e guadagnato il diritto di compartecipazione
al grande movimento della Storia, ma fino ad allora ci apparterranno,
giocoforza, soltanto storie con la "s" minuscola.
Un abbraccio

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