di Gianfilippo Mignogna*
Stavolta potrebbe essere davvero la volta buona. Ci sono
tutte le condizioni, infatti, affinché la legge sui Piccoli Comuni possa essere
rapidamente approvata anche al Senato, dopo il già positivo passaggio alla
Camera dei Deputati.
In un periodo particolarmente difficile per i Piccoli
Comuni, si tratterebbe di un segnale molto importante che, peraltro, si
aggiungerebbe ad altri passaggi pure molto significativi come l’istituzione de
“L’Anno dei Borghi” nel 2017 e l’avvio della sperimentazione della Strategia
delle Aree Interne.
Insomma, se da una parte non mancano le proposte di legge e
le politiche finalizzate alla soppressione (per fusione) dei Piccoli Comuni,
dall’altra qualche spiraglio positivo di tanto in tanto appare
all’orizzonte. Perciò è il caso di
salutare con soddisfazione la prossima probabile approvazione della legge.
Anche perché dalle mie parti si dice che “poco è meglio di
niente”. Perché qua, è il caso di chiarirlo, di poco parliamo.La Legge, difatti, da sola non può garantire sopravvivenza e
rilancio dei piccoli paesi. Ne promuove alcuni aspetti, come la
riqualificazione del centro storico e la filiera dei prodotti agricoli,
interviene su alcuni dei loro tanti punti deboli (l’implementazione della banda
larga, il patrimonio immobiliare abbandonato, i servizi postali, il trasporto
pubblico e l’edilizia scolastica), ma, di fatto, non va oltre l’enunciazione di
(buoni) principi, mettendo a disposizione pochi, pochissimi soldi: circa 18
mila euro a Comune. Una bazzecola.
Non a caso Franco Arminio, il massimo esperto italiano in
paesologia, ha subito messo in guardia opinione pubblica ed addetti ai lavori
sul forte rischio di “presa per il culo” (nel caso in cui le risorse non
fossero adeguatamente rimpinguate).
Perciò sarebbe gravissimo abbassare la guardia o far passare
il messaggio che, approvata la legge, il tema dei Piccoli Comuni possa uscire
dall’agenda politica italiana. Nessuno dei politici italiani deve sentirsi a
posto con la propria coscienza per questa legge di principi e non ancora di
sostanza. Bisogna far capire, al contrario, che si tratta soltanto di punto di
partenza e di un piccolo (ed ancora insufficiente) segnale di attenzione nei
confronti di una parte d’Italia trascurata e bistrattata da decenni.
Non
abbiamo bisogno di politici che votano (magari distrattamente) una legge bella
ma leggerina dal punto di vista economico. Ad elargire qualche spicciolo di
soldi pubblici da quelle parti son buoni tutti.
Noi abbiamo necessità, invece, di avere politici, partiti e
movimenti che credano davvero nei territori rurali e montani, che siano
intimamente convinti della necessità di evitare lo spopolamento delle aree
interne, che siano disposti a lottare per quella che un tempo chiamavano la
Piccola Grande Italia. Ai Piccoli Comuni, prima e ancor più delle misure, deve
essere restituita la loro antica dignità istituzionale e deve essere
riconosciuto il loro ruolo. Bisogna dire chiaro e tondo che sono una risorsa,
non un problema. Questo solo sarà il vero cambio di passo.
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