di Robertino Martelli*
Dopo il
pregevole studio storico "Il brigante Secola. La sanguinosa rivolta nel
Fortore post-unitario" (Edizioni il Chiostro, 2011), questa volta l'autore
Antonio Bianco, già giornalista a Paese Sera e attento studioso del territorio
sannita, affronta un'altra pagina poco conosciuta della storia sociale del
nostro Paese. E lo fa utilizzando la forma narrativa del racconto.
Siamo
nell'aprile 1957. Braccianti e disoccupati sanniti della Valfortore, dei paesi
di Baselice, San Bartolomeo, Castelvetere, Montefalcone e San Marco, insieme
agli attivisti locali del Pci e del mondo sindacale, hanno intenzione di
raggiungere Roma con una "Marcia della fame" per chiedere al governo
nazionale “pane e lavoro” e far conoscere la condizione di miseria in cui versano
quei territori, una miseria che "arrivava fin sopra i capelli”.
Unica
alternativa a tanta povertà è emigrare per le miniere del Belgio o tentare la
fortuna in Francia, Venezuela o Argentina. Tra gli
organizzatori della marcia, anche il giovane Francesco, attivista della locale
sezione del Pci.
Ma i
signorotti della zona e i proprietari terrieri che "vessano il popolo”,
come spesso non ha avuto timore di denunciare anche il parroco don Nicola,
spingono sulle forze dell'ordine affinché la marcia venga stroncata sul nascere
e gli organizzatori arrestati. Così sarà.
Dalla
sconfitta Francesco trarrà la conclusione che non resta altro che "andare
il più lontano possibile", facendo una scelta dolorosa ma necessaria:
lasciare i propri affetti, la moglie Rosaria e il silenzio della sua montagna,
per imbarcarsi verso le Americhe sperando in un futuro diverso.
giornalista*
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