mercoledì 25 novembre 2020

Sud, a pagare la crisi economica sono soprattutto i giovani

Nella prima parte del 2020 il lockdown ha incrociato un mercato del lavoro sostanzialmente stagnante da più di un anno, in linea con un deciso rallentamento dell’attività produttiva. La crescita congiunturale dell’occupazione era già modesta, la ricerca di lavoro in diminuzione e l’inattività in aumento. Se l’emergenza sanitaria è stata più acuta al Nord, la crisi economica e sociale si è mostrata molto grave nelle regioni meridionali del Paese e rischia di aggravarsi ora che il contagio interessa direttamente il Mezzogiorno. È quanto emerge dal Rapporto Svimez 2020.

Il Covid-19 non è stato una «livella», non ha reso tutti un po’ più poveri ma più uguali. Gli andamenti più recenti sul mercato del lavoro mostrano l’esatto contrario: la crisi seguita alla pandemia è stata un acceleratore di quei processi di ingiustizia sociale in atto ormai da molti anni che ampliano le distanze tra cittadini e territori.

La crisi si è scaricata quasi interamente sulle fasce più fragili dei lavoratori. Cassa integrazione e blocco dei licenziamenti, nonostante l’ampliamento a settori ed imprese non coperte, hanno costituito un argine allo tsunami della crisi per i lavoratori tutelati, ma hanno inevitabilmente incanalato l’onda nociva dei licenziamenti, dei mancati rinnovi dei contratti a termine, e delle mancate assunzioni verso le componenti più precarie e verso i territori più deboli dove tali tipologie sono più diffuse.

Gli 840 mila posti di lavoro persi tra il secondo trimestre 2020 e lo stesso trimestre dell’anno precedente sono composti infatti per due terzi da contratti a termine (non rinnovati al momento della scadenza e/o non attivati) e per la restante parte da lavoratori autonomi.

Questo effetto «selettivo» della crisi ha determinato un ulteriore ampliamento dei divari interni al mercato del lavoro, concentrando le perdite di occupazione tra i giovani, le donne e nel Mezzogiorno. L’occupazione giovanile si è ridotta nei primi due trimestri del 2020 dell’8%, più del doppio del calo totale dell’occupazione.

A livello territoriale l’impatto sui giovani è stato ancora più pesante nelle regioni meridionali, già caratterizzate da bassissimi livelli di partecipazione al mercato del lavoro: 12%. E questo per effetto di una doppia penalizzazione. Da un lato ha pesato il mancato rinnovo dei contratti nel periodo del lockdown, dall’altro si sono chiuse le porte per coloro che nel 2020 sarebbero dovuti entrare nel mercato del lavoro.

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