venerdì 18 giugno 2021

Il lavoro al centro del nuovo libro di don Leonardo Lepore


Abbiamo ricevuto dall’editore Pazzini di Rimini, l’ultimo lavoro pubblicato da don Leonardo Lepore, dal titolo Custodia e con-creazione-Il lavoro nella Bibbia. Non solo vogliamo ringraziare la casa editrice per aver chiesto al nostro Blog di occuparsene, ma abbiamo pensato di riservare all’autore, che è anche nostro amico e lettore, qualche domanda.

Quello del lavoro mi appare come una tematica insolita per la teologia. Non credi?

In effetti, è difficile incontrare un punto di vista sul lavoro che parta da premesse teologiche. Eppure è una questione che è stata nel centro della riflessione non solo ecclesiale, ma religiosa in senso ampio. Sembrerà strano, ma la storia della teologia è ricca di opere sul tema, anche se rispetto ai grandi temi, può sembrare che sia stata - quella sul lavoro - una riflessione secondaria e marginale.

Come è nata l’idea di questo libro?

Qualche anno fa, la Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, mi chiese di intervenire in un corso universitario, a più voci, dal titolo Lavoro, servizio e felicità dell’uomo nella Bibbia. Si trattava di una serie di lezioni rivolte agli specializzandi in teologia biblica. Impiegai qualche mese per approntare le dispense e, al termine del percorso, venne l’idea di una pubblicazione più agile, riformulata rispetto agli aspetti meramente tecnici e tipicamente scolastici. Il prof Carmine Di Sante, col quale avevo già collaborato per altre iniziative, mi invitò ad inserire il testo all’interno di una collana promossa dall’editore Pazzini. Oggi la chiesa, nel solco della riflessione promossa da papa Francesco, spinge molto sui temi sociali. Al pontefice si devono espressioni tipo “teologia dal popolo”, “teologia della città”, eccetera.

Cosa centra l’opera delle mani con la teologia?

Il magistero di Francesco ha a cuore i grandi temi sociali, questo è un fatto. Non che altri pontefici non abbiano dato spazio a questi aspetti. Scrivere sul lavoro significa partecipare ad un dibattito serio sul senso profondo dell’attività umana. La teologia non è distante dalla vita. Non si occupa delle cose del cielo. La teologia porta il respiro della sacralità in tutto ciò che è profondamente umano. Il libro si divide in tre parti. Nelle prime due, la riflessione sul lavoro viene svolta prendendo in considerazione lo spazio sociologico e quello filosofico, mentre, nella terza parte, si tenta un’itineraria all’interno di alcune pagine della Scrittura. Le prime due parti sono funzionali alla terza. Preparano il terreno al dialogo. Un confronto che come un pendolo oscilla tra l’attualità, da una parte, e la Bibbia, dall’altra. Nel libro della Genesi, il primo rotolo della Torah, leggiamo due testi narrativi sulla creazione. Se messi a confronto, sembrano contraddirsi, ma in realtà offrono un quadro dove i due racconti si arricchiscono l’un l’altro. Ebbene, fin dall’inizio, fin dal punto originario, quello divino è descritto come un fare. Il Dio della Bibbia è un dio che opera, che lavora. Nel primo racconto la creazione avviene attraverso la parola. Adonai parla e tutto si invera. Nel secondo racconto, l’immagine piega verso qualcosa di maggiormente antropomorfico. Dio prende dell’argilla e crea l’uomo. Sembra l’opera di un vasaio. Fa scendere un profondo sonno su Adamo, gli incide il fianco e dalla costola plasma la donna. Sembra l’opera di un chirurgo, che si premura di addormentare il paziente per poi scendere nelle profondità della carne. Dopo il primo peccato delle origini, Dio riveste la coppia originaria, Adamo ed Eva, per ricoprirne la nudità. Sembra di osservare, anche se rudimentale, l’opera di un sarto. L’attività umana appartiene alla descrizione di Dio, o meglio, del Dio creatore.

Ma fin dal catechismo ci è stato insegnato che il lavoro è la maledizione che cade sull’uomo a causa del peccato originale.

L’opera delle mani ripresenta ad ogni generazione, il dramma della colpa originaria. Qui occorre sfatare un mito. Se si legge con attenzione il testo, ad essere maledetto non è l’opera dell’uomo, bensì il suolo. Prima del peccato la terra dona con generosità i suoi frutti e l’uomo ne accoglie generosamente l’elargizione. Dopo il peccato il suolo si chiude in una sorta di avarizia paradigmatica, ragion per cui, occorre arrivare ai frutti quasi lottando con la terra, affaticandosi. Si deve aggiungere, inoltre, che dopo la creazione, col riposo del settimo giorno, Dio lascia il creato alle mani dell’uomo. Per cui, l’opera delle mani si configura come un atto per il quale la creazione viene continuamente prolungata. Quando si lavora si continua l’opera del creatore. Il lavoro stesso, da mero esercizio di forze, si configura come un intervento creativo dell’uomo, dell’intelligenza e della volontà umane, sulla res extensa, ossia sulla realtà.

Parlare del lavoro, allora, è indirettamente riflettere anche sui temi dell’ecologia, sulla cura del creato, “la casa comune”, come dice Francesco.

Esattamente. Nel libro riprendo quella formula potentissima utilizzata dal papa: “non possiamo illuderci di vivere da sani in un mondo ammalato”. Se la casa si riempie di fumo, non posso pretendere di respirare aria pulita. Se il lavoro non è anzitutto cura e rispetto per la terra, per la natura, per tutto ciò che si trova all’interno del giardino-pianeta, non possiamo considerarlo “lavoro” nel senso più genuino del termine.

Qual è il pregio del tuo libro?

Un testo non è buono perché offre risposte precise a tutte le questioni. L’efficacia di un libro, il suo carattere formativo, risiede nel fatto che apre una discussione, suscita nel cuore del lettore delle piste di riflessione. Orienta verso un’analisi che è sempre da accogliere in senso pieno. Il difetto? Probabilmente lo spazio. Forse lo stile risente di una certa secchezza. Ma, come ripeteva uno dei miei professori: “si dice bene in venti pagine ciò che si dice male in cinquanta”. Magari questo potrebbe essere solo l’inizio di una riflessione più ampia.

Grazie, don Leonardo, per questa breve chiacchierata e congratulazioni per il tuo “lavoro”.

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