di Leonardo Bianco
Pensate che lo statuto dei lavoratori, compreso l’articolo 18, sia nato grazie alle battaglie degli operai e alle lotte sindacali degli anni ‘60/’70? Sbagliato. Pare che il divieto di licenziare senza giusta causa sia stato messo nero su bianco per la prima volta sette secoli fa. E udite! Udite! Ad usufruirne furono i cittadini delle comunità del Fortore sotto la giurisdizione dell’abazia di Santa Maria del Gualdo a Mazzocca, oggi conosciuto come il santuario diocesano del beato Giovanni Eremita da Tufara.
Le regole furono introdotte in occasione della fondazione del borgo di San Bartolomeo in Galdo ad opera dell’abate Nicola da Ferrazzano intorno al 1330 che con una supplica chiese “il regio assenso a poter ripopolare un luogo privato o burgensatico (vale a dire terre possedute in proprietà libera) chiamato “San Bartolomeo”, totalmente privo di abitanti” come si legge nella ricerca realizzata dal giornalista Paolo Angelo Furbesco sul centro fortorino. Uno statuto redatto nel 1331 e perfezionato nel 1360 da un altro abate molisano: Nicola da Cerce. Regole frutto del confronto democratico, stando alle dichiarazioni di alcuni studiosi locali come Fiorangelo Morrone, storico baselicese. Ed è proprio in un libro dello studioso fortorino dedicato alle immunità, alle franchigie e agli statuti del 1994, che si fa riferimento allo statuto “relativo ai lavoratori gualani (braccianti), stallieri e domestici, da un punto di vista etico-sociale […]”. Una notizia rimbalzata nei giorni scorsi su alcuni organi d’informazione molisani, dopo una nota del vice presidente della giunta regionale del Molise Michele Pietraroia che richiamava l’attenzione del governo sull’articolo 18. “Una scoperta sensazionale – ha dichiarato a Ottopagine l’esponente del Pd - che conferma la vitalità di un Sud, e soprattutto di un territorio come il Fortore, dimenticato che anticipa grazie all’azione di due abati molisani di sette secoli un principio di civiltà qual è il divieto di licenziamento senza giusta causa offrendo una chiave di lettura sul contributo della dottrina cristiana nella formulazione di un principio di tutela giuslavoristica fondamentale”.
Il rappresentante del governo molisano, sulla questione, ha interpellato alcuni docenti universitari, il professor Franco Focareta dell’Università di bologna e la professoressa Luisa Corazza dell’Università del Molise, auspicando che la questione dell’articolo 18 “possa essere rilanciata sul piano scientifico una tematica che è al centro del confronto istituzionale, politico e parlamentare italiano con il Jobs Act”. Una notizia storica che, secondo Pietraroia, dimostra che i diritti dell’uomo non è questione posta da Marx nell’800 o dai sindacati nel secondo dopo guerra, ma è un principio di civiltà che nasce dalla Chiesa e che viene sancito grazie all’opera di due monaci benedettini eredi del beato Giovanni eremita da Tufara (Campobasso).
Per l’esponente molisano della sinistra Pd, “Renzi e il suo governo bene farebbero a venire nel Fortore e leggere lo statuto dei lavoratori scritto da Nicola da Ferrazzano e Nicola da Cerce, che 610 anni prima dello Statuto dei Lavoratori metteva al centro i diritti dell’uomo e la dignità degli operai (allora braccianti, stallieri e domestici). Regole che già allora prevedevano dignità del rapporto tra datore di lavoro e dipendenti. Sulla storia dello statuto nato sette secoli fa c’è l’impegno anche dell’amministrazione comunale di San Bartolomeo, così come affermato dal vicesindaco Lina Fiorilli, di voler proseguire nelle ricerche, per valorizzare la figura del fondatore del centro fortorino e soprattutto per approfondire la figura del beato Giovanni eremita che nel fortore fondò l’abazia di Santa Maria del Gualdo, circa nove secoli fa.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine)
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