Secondo dati Ocse la popolazione
adulta oggi è mediamente più istruita rispetto agli inizi del 2000. Tuttavia in
Italia, la quota dei laureati sulla popolazione adulta dei 25-64enni (inferiore
al 18%) resta ancora troppo bassa rispetto agli altri Paesi dell’UE a 22, dove
è pari al 34% e dell’Ocse (36%). Dall’esame del dettaglio regionale fatta dalla
Svimez la quota media di laureati risulta ancora più bassa nel Mezzogiorno dove
scende al 14,6% rispetto al 17,9% del Nord e al 19,8% del Centro.
Se restringiamo l’analisi alla fascia di
popolazione giovane dei 30-34enni, la quota di italiani laureati sale al 26,2%
nel 2016. Sebbene i giovani laureati siano cresciuti del 10,6% dal 2004, il
dato resta solo apparentemente confortante poiché nel 2015 risultava il più
basso di quelli registrati nell’UE28, al di sotto della media che è pari al
38,4% e dell’obiettivo del 40% fissato dalla Strategia Europa
2020.Scuola-Università: Il tasso di proseguimento degli studi universitari
(ovvero quanti diplomati decidono di iscriversi all’Università) per la prima
volta torna a crescere nell’anno accademico 2015- 2016 dopo un trend negativo
durato più di 10 anni.
Nel 2016 infatti hanno scelto di proseguire gli
studi il 60,3% dei diplomati italiani (quasi il 4% in più rispetto al 2015),
sebbene non sia ai livelli del 2006 dove superava in media il 70,7%. L’aumento
registrato nel 2016 è superiore al Nord dove a proseguire gli studi è il 62,7%
dei diplomati (+5,5% rispetto al 2015) e al Centro dove raggiunge il 63,6%
(+4,3%) rispetto al Mezzogiorno dove il tasso di proseguimento degli studi si
attesta al 54,5% (+2,1%).
Anche se il 2016 registra una positiva
inversione di tendenza degli immatricolati (+2,4% rispetto al 2015),
l’incremento non fa tornare ai livelli 2006 con una perdita di 38.635 studenti
(-12,5%). A registrare il calo maggiore sono state però le regioni del
Mezzogiorno che hanno perso in 10 anni il 22,4% dei propri immatricolati
residenti. La perdita di iscritti al Sud corrisponde a più dell’intera popolazione
di immatricolati residenti in regioni come il Lazio o la Sicilia. Le regioni
del Nord invece hanno registrato il calo più lieve di immatricolati (- 3%):
circa 3.650 studenti.
Passando alle lauree specialistiche sono quasi
90.000 nel 2016 i laureati italiani che proseguono gli studi iscrivendosi ad un
corso di laurea di secondo livello. Circa 70.000 provengono in egual misura da
Nord e dal Mezzogiorno, 20.000 dal Centro. Contrariamente a ciò che accade per
le triennali, a livello nazione si assiste ad un lieve aumento degli iscritti
nel periodo 2006-2016 (+1,5%), ma una diminuzione considerevole del 15%
rispetto all’anno precedente.Gli ultimi dati disponibili (OCSE, 2017), mostrano
che la spesa pubblica in Italia destinata all’istruzione terziaria è pari allo
0,8% del PIL (Prodotto Interno Lordo) a fronte di una media UE22 dell’1,8%; la
spesa media per studente in formazione terziaria è di 7.114 dollari, al di
sotto della media UE22 (10.781) e OECD (11.056).L’anno 2017 è iniziato con la
notizia della distribuzione della parte premiale del Fondo di finanziamento
ordinario (FFO) per le università italiane.
La distribuzione è avvenuta in base ai
risultati raggiunti nella valutazione della qualità della ricerca (VQR) nel
periodo 2011-2014 e, se confrontata con quella avvenuta in relazione ai
risultati 2004-2010, le sorprese non sono mancate. Il dato più significativo è
che ben l’82% delle università meridionali è riuscito a migliorare la
performance sulla parte premiale (il 18% l’ha peggiorata); le università del
centro nord hanno invece riportato una quota similare tra quelle che hanno
incrementato la loro parte premiale (il 54% di esse) e quelle che l’hanno
diminuita (il 46%). Questo dato, seppur nelle diversità strutturali che
permangono, è, secondo la SVIMEZ, un dato positivo e una buona notizia per il
Mezzogiorno.
Dunque, seppur in presenza di una generale e
strutturale carenza di risorse per tutto il sistema universitario italiano,
vanno registrati alcuni segnali positivi per gli atenei meridionali. I dati
dell’FFO relativi al triennio 2015-2017 segnalano una lieve ripresa dei
finanziamenti per la ripartizione geografica Mezzogiorno (+0,24%) rispetto al
decremento subito dal Nord (-1,16%) e dal Centro (-2,04%) ed una sostanziale
tenuta delle risorse indirizzate ai piccoli atenei rispetto alla lieve
diminuzione degli atenei medi e grandi.In definitiva, a parere della SVIMEZ,
rimangono alcune criticità, particolarmente vive nelle realtà delle Università
meridionali: 1) Un sistema strutturalmente sotto finanziato (0,8% del PIL a
fronte dell’1,8% dell’UE a 22); 2) flussi migratori antelauream unidirezionali
(da sud verso nord oppure dalla periferia verso il centro) che vanno assumendo
connotazioni preoccupanti in termini di impatto sugli stock di capitale umano
delle regioni di origine; 3) risultati nella ricerca ancora fortemente
disomogenei tra atenei e tra regioni; 4) metodologie didattiche e servizi
accessori (placement, orientamento, ecc) non omogenei e comunque non in linea
con gli standard di altri paesi OCSE; 5) meccanismi di reclutamento non sempre
orientati al merito, seppure l’abilitazione scientifica nazionale ha certamente
ridotto i margini di discrezionalità); 6) meccanismi di governance interna poco
inclini alla cultura della valutazione.

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