di Natale Cuccurese
Ormai si può parlare di "esodo strutturale": numeri alla mano, in Italia, tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -441mila. Complessivamente, i giovani andati all'estero nel 2011-24 corrispondono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. La fuga dal Mezzogiorno addirittura non aspetta più la laurea. Comincia prima, già al momento dell’immatricolazione. Nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila complessivi – risultano iscritti in un ateneo del Centro-Nord: oltre il 13% del totale. La quota sale fino al 21% tra chi sceglie corsi Stem.
Sono i numeri del rapporto “Un Paese, due emigrazioni” di
Svimez, presentato in collaborazione con Save the Children, che fotografa
un’Italia spaccata lungo la linea della formazione e del lavoro qualificato.
La mobilità “anticipata” risponde a una logica precisa:
avvicinarsi ai mercati del lavoro più dinamici. Tra i laureati che conseguono
il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa
macro-area a tre anni dalla laurea. Per chi si laurea nel Mezzogiorno, invece,
meno del 70% trova lavoro nei territori di origine.
Ad andarsene, però, non sono più solo i giovani (dal 2002 al
2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Sud in direzione del
Centro-Nord), ma anche gli anziani. Che conservano la residenza al Sud ma
raggiungono figli e nipoti emigrati nelle regioni settentrionali. Negli ultimi
ventidue anni, i numeri dei cosiddetti “nonni con la valigia” sono quasi
raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184mila unità.
Oltretutto già oggi l’Italia è ufficialmente il Paese più
anziano d’Europa. Con un’età media di 48,7 anni, siamo in testa alla classifica
UE e il dato fotografa un problema strutturale che va ben oltre il dibattito,
spesso superficiale, sulla natalità.
E se l’emigrazione giovanile continuerà a questi livelli la situazione non potrà che peggiorare. Perdite che però non scalfiscono le regioni settentrionali, che compensano ampiamente le proprie partenze proprio grazie ai flussi dal Mezzogiorno. È il Sud, insomma, ad avere la peggio.
Mentre il governo nulla fa, il Mezzogiorno sta finendo:
andate (se possibile) in pace.
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