Se da un lato non possiamo dimenticare le responsabilitàstoriche dello Stato centrale, dall’Unità d’Italia a oggi, dall’altro è indispensabile uno sguardo critico e impietoso sulla politica locale. Per troppo tempo, in ampie parti del Mezzogiorno, la classe dirigente si è concentrata sulla gestione del consenso più che sulla costruzione del futuro. L’appartenenza partitica è diventata un’identità da esibire, non uno strumento per incidere. Si è replicata in scala ridotta la liturgia della politica nazionale (correnti, fedeltà, simboli) senza possederne la reale capacità decisionale. Nelle aree interne questo meccanismo è stato ancora più evidente. Anni preziosi sono stati consumati nell’illusione di contare qualcosa attraverso l’allineamento a dinamiche esterne, mentre i territori perdevano popolazione, competenze, prospettive. È stata una politica di rappresentazione più che di trasformazione.
Ancora oggi si assiste a una forma di orgoglio identitario che scambia la lunga appartenenza a un partito per prova di coerenza, quando spesso è solo il segno di una mancata autonomia di pensiero. Le amministrazioni comunali spesso operano in un quadro di risorse limitate e vincoli stringenti, ma questo non può diventare un alibi permanente. Esistono casi in cui, persino in presenza di risorse economiche rilevanti, è mancata la capacità di tradurle in strategie di lungo periodo. Il problema allora non è soltanto la scarsità dei mezzi ma la debolezza strutturale della scala amministrativa.
In territori con popolazioni estremamente ridotte la
frammentazione istituzionale rischia di produrre inefficienza, duplicazione di
funzioni, incapacità tecnica e inevitabile ripiegamento su logiche
personalistiche. Una macchina amministrativa senza massa critica difficilmente
può sostenere progettazione complessa, pianificazione territoriale integrata e
politiche di sviluppo strutturali.
Per questo è necessario aprire una riflessione non
ideologica sulla riorganizzazione istituzionale delle aree interne:
accorpamenti territoriali reali, distretti amministrativi con dimensioni
demografiche adeguate, strutture tecniche condivise capaci di superare il
municipalismo difensivo. Non si tratta di cancellare identità locali ma di
evitare che la frammentazione diventi un ostacolo allo sviluppo.
Il Mezzogiorno non ha bisogno di un’ulteriore retorica
salvifica. Ha bisogno di emanciparsi culturalmente dalla dipendenza dalla
politica come unica forma di mediazione del futuro. La vera leva di
trasformazione passa dalla costruzione di reti strategiche tra imprese
innovative, professionisti e giovani qualificati che scelgano di restare perché
trovano opportunità, non perché non hanno alternative.
La politica può accompagnare questo processo solo se accetta di trasformarsi da centro di distribuzione del consenso a infrastruttura di competenza e facilitazione dello sviluppo. Se non è disposta a compiere questa metamorfosi, allora sarà inevitabilmente marginalizzata dai processi reali di trasformazione. Perché dove la politica non genera capacità, saranno le reti economiche, professionali e culturali a costruire nuove forme di organizzazione del territorio. E a quel punto non sarà una scelta ideologica, ma una conseguenza naturale: la società si organizzerà altrove.

Nessun commento:
Posta un commento