lunedì 26 febbraio 2018

Svimez: al Sud meno laureati del Nord


Secondo dati Ocse la popolazione adulta oggi è mediamente più istruita rispetto agli inizi del 2000. Tuttavia in Italia, la quota dei laureati sulla popolazione adulta dei 25-64enni (inferiore al 18%) resta ancora troppo bassa rispetto agli altri Paesi dell’UE a 22, dove è pari al 34% e dell’Ocse (36%). Dall’esame del dettaglio regionale fatta dalla Svimez la quota media di laureati risulta ancora più bassa nel Mezzogiorno dove scende al 14,6% rispetto al 17,9% del Nord e al 19,8% del Centro.


Se restringiamo l’analisi alla fascia di popolazione giovane dei 30-34enni, la quota di italiani laureati sale al 26,2% nel 2016. Sebbene i giovani laureati siano cresciuti del 10,6% dal 2004, il dato resta solo apparentemente confortante poiché nel 2015 risultava il più basso di quelli registrati nell’UE28, al di sotto della media che è pari al 38,4% e dell’obiettivo del 40% fissato dalla Strategia Europa 2020.Scuola-Università: Il tasso di proseguimento degli studi universitari (ovvero quanti diplomati decidono di iscriversi all’Università) per la prima volta torna a crescere nell’anno accademico 2015- 2016 dopo un trend negativo durato più di 10 anni.

Nel 2016 infatti hanno scelto di proseguire gli studi il 60,3% dei diplomati italiani (quasi il 4% in più rispetto al 2015), sebbene non sia ai livelli del 2006 dove superava in media il 70,7%. L’aumento registrato nel 2016 è superiore al Nord dove a proseguire gli studi è il 62,7% dei diplomati (+5,5% rispetto al 2015) e al Centro dove raggiunge il 63,6% (+4,3%) rispetto al Mezzogiorno dove il tasso di proseguimento degli studi si attesta al 54,5% (+2,1%).

Anche se il 2016 registra una positiva inversione di tendenza degli immatricolati (+2,4% rispetto al 2015), l’incremento non fa tornare ai livelli 2006 con una perdita di 38.635 studenti (-12,5%). A registrare il calo maggiore sono state però le regioni del Mezzogiorno che hanno perso in 10 anni il 22,4% dei propri immatricolati residenti. La perdita di iscritti al Sud corrisponde a più dell’intera popolazione di immatricolati residenti in regioni come il Lazio o la Sicilia. Le regioni del Nord invece hanno registrato il calo più lieve di immatricolati (- 3%): circa 3.650 studenti.

Passando alle lauree specialistiche sono quasi 90.000 nel 2016 i laureati italiani che proseguono gli studi iscrivendosi ad un corso di laurea di secondo livello. Circa 70.000 provengono in egual misura da Nord e dal Mezzogiorno, 20.000 dal Centro. Contrariamente a ciò che accade per le triennali, a livello nazione si assiste ad un lieve aumento degli iscritti nel periodo 2006-2016 (+1,5%), ma una diminuzione considerevole del 15% rispetto all’anno precedente.Gli ultimi dati disponibili (OCSE, 2017), mostrano che la spesa pubblica in Italia destinata all’istruzione terziaria è pari allo 0,8% del PIL (Prodotto Interno Lordo) a fronte di una media UE22 dell’1,8%; la spesa media per studente in formazione terziaria è di 7.114 dollari, al di sotto della media UE22 (10.781) e OECD (11.056).L’anno 2017 è iniziato con la notizia della distribuzione della parte premiale del Fondo di finanziamento ordinario (FFO) per le università italiane.

La distribuzione è avvenuta in base ai risultati raggiunti nella valutazione della qualità della ricerca (VQR) nel periodo 2011-2014 e, se confrontata con quella avvenuta in relazione ai risultati 2004-2010, le sorprese non sono mancate. Il dato più significativo è che ben l’82% delle università meridionali è riuscito a migliorare la performance sulla parte premiale (il 18% l’ha peggiorata); le università del centro nord hanno invece riportato una quota similare tra quelle che hanno incrementato la loro parte premiale (il 54% di esse) e quelle che l’hanno diminuita (il 46%). Questo dato, seppur nelle diversità strutturali che permangono, è, secondo la SVIMEZ, un dato positivo e una buona notizia per il Mezzogiorno.

Dunque, seppur in presenza di una generale e strutturale carenza di risorse per tutto il sistema universitario italiano, vanno registrati alcuni segnali positivi per gli atenei meridionali. I dati dell’FFO relativi al triennio 2015-2017 segnalano una lieve ripresa dei finanziamenti per la ripartizione geografica Mezzogiorno (+0,24%) rispetto al decremento subito dal Nord (-1,16%) e dal Centro (-2,04%) ed una sostanziale tenuta delle risorse indirizzate ai piccoli atenei rispetto alla lieve diminuzione degli atenei medi e grandi.In definitiva, a parere della SVIMEZ, rimangono alcune criticità, particolarmente vive nelle realtà delle Università meridionali: 1) Un sistema strutturalmente sotto finanziato (0,8% del PIL a fronte dell’1,8% dell’UE a 22); 2) flussi migratori antelauream unidirezionali (da sud verso nord oppure dalla periferia verso il centro) che vanno assumendo connotazioni preoccupanti in termini di impatto sugli stock di capitale umano delle regioni di origine; 3) risultati nella ricerca ancora fortemente disomogenei tra atenei e tra regioni; 4) metodologie didattiche e servizi accessori (placement, orientamento, ecc) non omogenei e comunque non in linea con gli standard di altri paesi OCSE; 5) meccanismi di reclutamento non sempre orientati al merito, seppure l’abilitazione scientifica nazionale ha certamente ridotto i margini di discrezionalità); 6) meccanismi di governance interna poco inclini alla cultura della valutazione.


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