di Lino Patruno
Parlamentari meridionali cercansi. Specie quando è in gioco il futuro dei ragazzi del Sud: esempio, con la scuola e l’università. Anzi cominciando dagli asili nido. Per i quali il delitto perfetto ai danni del Sud è stato consumato nel silenzio assoluto dei rappresentanti del Sud (ne avevamo già parlato tempo fa, quando se ne ebbero tanto le prime turbolenze quanto i primi silenzi).
E’ avvenuto che per il finanziamento degli asili nido pubblici si è deciso di affidarsi alla cosiddetta “spesa storica”, nel senso che chi ha avuto in passato ha continuato ad avere, chi non ha avuto in passato ha continuato a non avere. Esempio più clamoroso, Catanzaro: nessun asilo nido prima, nessun asilo nido ora. Ma tante altre città e tanti altri paesi. Così il Sud ha perso 700 milioni, distribuiti al Centro Nord (perdita di Bari, circa 7 milioni).
Ma perché non è stato adottato il criterio del “fabbisogno standard”, seguito invece per altri servizi comunali come polizia urbana e rifiuti, trasporto e illuminazione? Stabilito quanto serve a ogni Comune, lo si attribuisce. E si sarebbe potuto fare senza togliere nulla al Centro Nord. Nessuna risposta, pur avendo tempo fa il sottosegretario Delrio parlato di “errore tecnico che correggeremo”, anzi errore tecnico “grave”. E pur avendo dato medesima assicurazione lo stesso premier Renzi. E pur chiedendo l’Europa una copertura di almeno il 33 per cento della popolazione, cioè un bambino su tre (Centro Nord ora a poco meno del 20 per cento, Sud 4 per cento).
Nel dibattito decisivo, nessuno dei cinque parlamentari meridionali presenti ha preso la parola (fra loro il lucano Cosimo Latronico, del Pdl, e il pugliese Gaetano Piepoli, Scelta Civica ora Centro democratico). Voto unanime di Pd, Forza Italia, Lega Nord, Cinquestelle, Sel. Poi fanno le indagini sulla qualità della vita e dicono che al Sud fa pena anche perché non ci sono asili nido sufficienti. Fanno più pena loro che non dicono perché.
Dagli asili nido all’università, altro giro altro danno al Sud (d’attualità perché se ne è parlato nei giorni scorsi nella Conferenza d’ateneo a Bari, in occasione dei 90 anni). Anche qui passato nel silenzio quasi generale del Sud un criterio di attribuzione di fondi che è un’arma letale contro il Sud. Più fondi alle università più ricche, meno fondi alle università meno ricche. Come, non il contrario? No, avete letto bene. Ma le università del Sud sono meno ricche perché fanno pagare meno tasse ai loro studenti altrettanto meno ricchi di quelli del Nord. Si arrangino.
Così è avvenuta la distribuzione dei cosiddetti punti-organico, cioè i docenti andati in pensione e da sostituire. Esempio: al Sant’Anna di Pisa, cinque nuovi docenti per ciascuno che se ne va, all’università di Bari 0,20 nuovi docenti per ciascuno che se ne va (solo una bassa insinuazione ricordare che rettore del Sant’Anna era quella professoressa Carrozza poi diventata ministra. A cosa? Ma all’università).
Così negli anni si è consumato anche qui il delitto perfetto dell’enorme taglio per il Sud, sistema rapido per concentrare tutto su poche grandi università (del Nord) e lasciare le altre all’elemosina. Magari tendenza non solo italiana, ma altrove fondata sul merito, non sui redditi. E con effetto moltiplicatore da serial killer: meno docenti uguale meno corsi, meno corsi uguale meno studenti, meno studenti uguale meno incassi, meno incassi uguale finanziamenti, meno finanziamenti uguale meno docenti. Con l’effetto collaterale dei ragazzi del Sud che emigrano nelle università del Nord.
Sono ragazzi arrivati all’università dopo essere stati avvelenati a scuola da testi scolastici da codice penale. Tipo il sussidiario di un editore nordico. Il quale, per spiegare la Questione Meridionale, scrive fra l’altro che “sul tronco di una differenza di sviluppo economico” (già zero in italiano) hanno “preso forma un’organizzazione sociale e un’identità civile profondamente diverse da quelle delle regioni centrosettentrionali”.
Cioè? “Esse sono dominate da un individualismo diffidente, nel quale gli interessi della famiglia o dei clan si antepongono, e inevitabilmente si contrappongono, a quelli dello Stato e della collettività nazionale”. E allora? “Su questo sottofondo pesano gli intrecci clientelari e la pervasività della violenza come pratica diffusa e sostanzialmente accettata per la risoluzione dei conflitti, sul cui tronco (e ridalle, ndr) sono sorte associazioni criminali di dimensioni gigantesche”. Meno male che non hanno scoperto il Sud mettersi le dita nel naso.
Consiglio ai lettori: inutile arrabbiarsi. In casi del genere è sufficiente affidarsi a Eduardo De Filippo e al pernacchio, una fusione di testa e di petto, cioè di cervello e di passione. Che deve significare: “tu sì ‘a schifezza ‘a schifezza ‘a schifezza ‘a schifezza ‘e l’uomm”. Questo è l’Oro di Napoli, cioè del Sud.
Università, asili, scuole: l'ammazza-Sud | La Gazzetta del Mezzogiorno.it
venerdì 23 gennaio 2015
giovedì 22 gennaio 2015
La crisi dell'eolico
Sono solo 107 i Mw di energia eolica installati in Italia nel 2014 con un calo percentuale del 76% rispetto all’anno precedente. Lo rileva l'Anev, Associazione nazionale energia del vento, segnalando la grave crisi che il settore eolico sta attraversando e il crollo dell’industria solida, con conseguenze su occupazione e sviluppo.
Si è passati da circa 37mila occupati nel 2012, ai 34mila nel 2013 e ai 30mila del 2014. Tale declino, sottolinea Anev, "è ingiustificabile se riferito ad un settore che al 2020 ha un potenziale di oltre 67.000 occupati e che ha tutti i margini per crescere ancora e apportare benefici al nostro Paese, in termini di sviluppo e crescita economica, soprattutto nelle regioni meridionali dove c’è più carenza di lavoro".
Sul banco degli imputati, per l'associazione, gli interventi normativi penalizzanti per le aziende del settore, in particolare al sistema delle aste al ribasso per l’assegnazione degli incentivi. Il "tracollo" dell’installato è infatti iniziato nel 2012, anno in cui è stato introdotto il nuovo sistema d’incentivazione, ripercuotendosi già sull’installato del 2013 pari a solo 450 Mw, contro gli oltre 1200 Mw del 2012.
(Fonte: AdnKronos)
Si è passati da circa 37mila occupati nel 2012, ai 34mila nel 2013 e ai 30mila del 2014. Tale declino, sottolinea Anev, "è ingiustificabile se riferito ad un settore che al 2020 ha un potenziale di oltre 67.000 occupati e che ha tutti i margini per crescere ancora e apportare benefici al nostro Paese, in termini di sviluppo e crescita economica, soprattutto nelle regioni meridionali dove c’è più carenza di lavoro".
Sul banco degli imputati, per l'associazione, gli interventi normativi penalizzanti per le aziende del settore, in particolare al sistema delle aste al ribasso per l’assegnazione degli incentivi. Il "tracollo" dell’installato è infatti iniziato nel 2012, anno in cui è stato introdotto il nuovo sistema d’incentivazione, ripercuotendosi già sull’installato del 2013 pari a solo 450 Mw, contro gli oltre 1200 Mw del 2012.
(Fonte: AdnKronos)
martedì 20 gennaio 2015
Il Pd campano e le Primarie della discordia
Le Primarie della discordia. Non c'è pace in casa Pd Campania e la corsa alle Primarie, prevista il 1 febbraio, potrebbe slittare ancora. A confermare questa ipotesi è stato il segretario regionale del Partito Democratico, Assunta Tartaglione, a seguito della richiesta di alcune forze politiche di partecipare alle primarie di centrosinistra.
Intanto la situazione interna si fa sempre più 'effervescente' visto che Gennaro Migliore, destinato in un primo momento ad essere il candidato unico, ha ufficializzato la sua candidatura alle Primarie. Non solo Vincenzo De Luca ed Andrea Cozzolino dunque, ma ora anche l'ex vendoliano è sceso in campagna elettorale. Sciolta la riserva, è Migliore la persona scelta dai vertici nazionali del Pd e dal premier Matteo Renzi per sparigliare i giochi in Campania alla luce dello scontro sempre più intenso tra gli altri due candidati ossia Andrea Cozzolino e Vincenzo De Luca. (Per continuare a leggere l'articolo de ilquaderno.it clicca qui sotto)
Il Pd campano e le Primarie della discordia. Possibile nuovo rinvio e Migliore ufficializza candidatura
lunedì 19 gennaio 2015
Anziani, a Baselice arriva il taxi sociale
Con questo servizio il Comune di Baselice intende promuovere e sostenere ulteriori iniziative di assistenza a persone in situazioni di disagio fisico ed economico.
Il servizio consiste nell’erogare a cittadini ultra sessantacinquenni e/o diversamente abili residenti nel Comune, le seguenti prestazioni:
servizio di trasporto e accompagnamento degli utenti presso servizi sanitari (non di primo soccorso), servizi sociali, servizi integrativi, amici, parenti, spesa ecc.;
La Misericordia di Baselice ha offerto la propria disponibilità ad effettuare il servizio di “Taxi sociale” alle seguenti condizioni:
1) Pubblicazione ed informazione del servizio;
2) Centrale operativa numero 340/7201808 (referente sig. Graziano Cece) con il quale richiedere il servizio dalle ore 09:00 alle ore 12:00;
3) Prenotazione del servizio nelle 24 ore antecedenti l’intervento concordato e secondo la programmazione di un calendario giornaliero;
4) Erogazione degli interventi dalle ore 09:00 alle 13:00 e dalle ore 15:00 alle 19:00 dal lunedì al venerdì.
5) Garanzia dello spostamento dell’utente fino ad un raggio di 100 Km andata e ritorno per un massimo di tre ore di intervento;
6) Numero di interventi illimitati in un anno (non più di quattro interventi mensili per singolo utente);
7) Interventi eseguiti attraverso veicoli provvisti di omologazione, revisione e collaudo, e con operatore qualificato e adeguatamente formato;
8) Compartecipazione richiesta all’utenza pari ad € 5,00 per ogni intervento. I costi relativi ai km eccedenti il raggio di percorrenza previsto sono di € 0,50 per ogni Km e di € 10,00 per ora o frazione di ora eccedente le tre ore massimo previste. Sarà rilasciata apposita ricevuta fiscale per ogni intervento.
9) La Misericordia di Baselice si impegna a presentare al Comune di Baselice report bimestrale degli interventi effettuati.
I servizi offerti dalla Misercordia alla comunità sono essenziali e sono prestati a titolo assolutamente gratuito e che , dunque, risulta opportuno erogare un contributo straordinario annuo a sostegno delle attività della stessa per un totale di € 1500,00 (millecinquecento/00), che sarà versato quadrimestralmente nella somma di € 500,00; la Misericordia si impegna a fornire al Comune opportuna rendicontazione del contributo ricevuto.
Il servizio consiste nell’erogare a cittadini ultra sessantacinquenni e/o diversamente abili residenti nel Comune, le seguenti prestazioni:
servizio di trasporto e accompagnamento degli utenti presso servizi sanitari (non di primo soccorso), servizi sociali, servizi integrativi, amici, parenti, spesa ecc.;
La Misericordia di Baselice ha offerto la propria disponibilità ad effettuare il servizio di “Taxi sociale” alle seguenti condizioni:
1) Pubblicazione ed informazione del servizio;
2) Centrale operativa numero 340/7201808 (referente sig. Graziano Cece) con il quale richiedere il servizio dalle ore 09:00 alle ore 12:00;
3) Prenotazione del servizio nelle 24 ore antecedenti l’intervento concordato e secondo la programmazione di un calendario giornaliero;
4) Erogazione degli interventi dalle ore 09:00 alle 13:00 e dalle ore 15:00 alle 19:00 dal lunedì al venerdì.
5) Garanzia dello spostamento dell’utente fino ad un raggio di 100 Km andata e ritorno per un massimo di tre ore di intervento;
6) Numero di interventi illimitati in un anno (non più di quattro interventi mensili per singolo utente);
7) Interventi eseguiti attraverso veicoli provvisti di omologazione, revisione e collaudo, e con operatore qualificato e adeguatamente formato;
8) Compartecipazione richiesta all’utenza pari ad € 5,00 per ogni intervento. I costi relativi ai km eccedenti il raggio di percorrenza previsto sono di € 0,50 per ogni Km e di € 10,00 per ora o frazione di ora eccedente le tre ore massimo previste. Sarà rilasciata apposita ricevuta fiscale per ogni intervento.
9) La Misericordia di Baselice si impegna a presentare al Comune di Baselice report bimestrale degli interventi effettuati.
I servizi offerti dalla Misercordia alla comunità sono essenziali e sono prestati a titolo assolutamente gratuito e che , dunque, risulta opportuno erogare un contributo straordinario annuo a sostegno delle attività della stessa per un totale di € 1500,00 (millecinquecento/00), che sarà versato quadrimestralmente nella somma di € 500,00; la Misericordia si impegna a fornire al Comune opportuna rendicontazione del contributo ricevuto.
La Provincia e la manutenzione del fiume Fortore
Approvate tre diverse perizie per lavori urgenti di manutenzione delle sponde dei fiumi Calore, Sabato, Ufita, Fortore e Isclero. Lo ha disposto il Presidente della Provincia di Benevento Claudio Ricci con una propria delibera.
Il provvedimento, che riguarda il risanamento di alcune situazioni di criticità idrogeologica, comporterà una spesa complessiva di circa 360mila euro.
Un primo progetto prevede che lungo le aste fluviali del Calore, del Sabato e dell'Ufita siano eliminati ostruzioni ed accumuli di materiali, per la gran parte legnoso, in particolare nelle aree a ridosso delle infrastrutture viarie della Provincia, nonché alcune delle principali criticità di dissesto idrogeologico al fine di prevenire eventuali situazioni di pericolo.
Sono cinque gli interventi che tale progetto precisamente prevede a:
-Benevento, in località Ponticelli (Confluenza del Torrente San Nicola con il fiume Calore);
-sulla Strada Provinciale n.32 (Apice Vecchio – Ponte San Vito);
-sulla Strada Provinciale San Vito – Apice (Confine Comune di Montecalvo);
-sulla Strada Provinciale n.27 (Benevento – Apice Nuovo);
-al Ponte Stazione di Vitulano;
-sulla Strada Provinciale n.110 Telese – Solopaca (Ponte Maria Cristina);
-in Comune di Fragneto L’Abate;
-in Comune di San Bartolomeo in Galdo;
-in Benevento Via Dei Longobardi (Ponte ferroviario);
Un secondo progetto, dell'importo di quasi 130mila Euro, concerne uno specifico intervento sul fiume Fortore in territorio di Foiano Valfortore. Si prevede il consolidamento e la messa in sicurezza delle sponde, nonché nel ripristino della sezione idraulica interessata dalla manutenzione.
Un terzo progetto, infine, concerne un intervento analogo al precedente per il Fiume Isclero in territorio di Paolisi per un spesa di 100mila Euro.
Il provvedimento, che riguarda il risanamento di alcune situazioni di criticità idrogeologica, comporterà una spesa complessiva di circa 360mila euro.
Un primo progetto prevede che lungo le aste fluviali del Calore, del Sabato e dell'Ufita siano eliminati ostruzioni ed accumuli di materiali, per la gran parte legnoso, in particolare nelle aree a ridosso delle infrastrutture viarie della Provincia, nonché alcune delle principali criticità di dissesto idrogeologico al fine di prevenire eventuali situazioni di pericolo.
Sono cinque gli interventi che tale progetto precisamente prevede a:
-Benevento, in località Ponticelli (Confluenza del Torrente San Nicola con il fiume Calore);
-sulla Strada Provinciale n.32 (Apice Vecchio – Ponte San Vito);
-sulla Strada Provinciale San Vito – Apice (Confine Comune di Montecalvo);
-sulla Strada Provinciale n.27 (Benevento – Apice Nuovo);
-al Ponte Stazione di Vitulano;
-sulla Strada Provinciale n.110 Telese – Solopaca (Ponte Maria Cristina);
-in Comune di Fragneto L’Abate;
-in Comune di San Bartolomeo in Galdo;
-in Benevento Via Dei Longobardi (Ponte ferroviario);
Un secondo progetto, dell'importo di quasi 130mila Euro, concerne uno specifico intervento sul fiume Fortore in territorio di Foiano Valfortore. Si prevede il consolidamento e la messa in sicurezza delle sponde, nonché nel ripristino della sezione idraulica interessata dalla manutenzione.
Un terzo progetto, infine, concerne un intervento analogo al precedente per il Fiume Isclero in territorio di Paolisi per un spesa di 100mila Euro.
venerdì 16 gennaio 2015
UN FORTORE DA SCOPRIRE, IL FORTORE DI DOMANI
(Tratto dal blog Liminaria) La motivazione che ci ha spinti a tornare è quella di cercare nel nostro piccolo un’alternativa, un cambiamento di rotta, nuove soluzioni che abbiano un’ombra lunga sul futuro, che possano un giorno diventare buone pratiche diffuse. Adesso questo posto ci suggerisce un futuro costruito con le nostre mani…
Lentamente il Fortore.
Lentamente siamo ritornati.
Ognuno percorrendo la propria strada.
Ognuno arricchito da un bagaglio di esperienze fatte altrove.
Dopo anni passati lontano abbiamo guardato la nostra terra con occhi nuovi.
Non era più la terra vuota che ci ha spinto ad andare lontano per cercare quello che qui mancava.
La terra che un tempo vedevo isolata oggi è una terra incontaminata, dove un tempo vedevo arretratezza oggi vedo antichi saperi da preservare.
Nella ricerca di posti che sembravano offrire maggiori possibilità di formazione e occupazionali abbiamo avuto anche la possibilità di vedere più da vicino le contraddizioni di questa società e dei nostri stili di vita.
Troppo spesso il fattore economico è considerato l’aspetto più importante al punto da rendere accettabile scelte e abitudini che vanno a discapito dell’ambiente e della nostra salute sia fisica che psicosociale. La motivazione che ci ha spinti a tornare è quella di cercare nel nostro piccolo un’alternativa, un cambiamento di rotta, nuove soluzioni che abbiano un’ombra lunga sul futuro, che possano un giorno diventare buone pratiche diffuse.
Adesso questo posto ci suggerisce un futuro costruito con le nostre mani.
Un futuro fatto di sperimentazione di nuove pratiche agricole e di recupero di vecchie pratiche rispettose dell’ambiente, della persona, della società.
Questo posto è il terreno fertile da cui nasce l’idea di mettersi insieme per provare, lentamente, a trovare una strada che porti in un posto migliore, il Fortore di domani.
Nasce così la Società Cooperativa Agricola Lentamente.
Il nostro motto è composto da una singola parola: “sostenibilità”.
Sostenibilità ambientale, economica e sociale.
Per sostenibilità ambientale intendiamo la ricerca sul campo di pratiche agricole alternative a quelle diffuse oggi che hanno un notevole impatto sulla natura per l’uso di composti chimici (fertilizzanti, pesticidi, diserbanti, eccetera) che, anche se permettono raccolti quantitativamente maggiori, questo risultato va a discapito dell’ambiente, della qualità dei prodotti ed ha importanti ripercussioni anche da un punto di vista economico dato che rende dipendenti gli agricoltori dall’acquisto di tali prodotti chimici. L’immagine di una foto di mio padre che nuotava sotto la cascata ripa di San Marco dei Cavoti testimonia quanto il progresso, come è stato inteso da allora ad oggi, abbia avuto delle ripercussioni sull’ambiente. A vederli adesso quei posti non ispirano certo una nuotata.
Per sostenibilità economica intendiamo la ricerca di pratiche agricole che oltre a rispettare l’ambiente e la genuinità dei prodotti siano anche remunerative abbastanza da poter fare a meno delle sovvenzioni e dei finanziamenti che oggi sono necessari per far sopravvivere le piccole aziende agricole ma che gravano sui conti dello stato e quindi della società intera.
Infine, per sostenibilità sociale intendiamo che la terra non solo ha le potenzialità di offrire nuova occupazione, ipotesi confermata dai dati sull’occupazione degli ultimi anni, ma anche che sia adatta a nutrire il tessuto sociale a livello delle relazioni tra le persone. Il lavoro nei campi di un tempo rendeva necessario un rapporto di collaborazione tra più persone anche se oggi quasi tutti i lavori sono meccanizzati e l’aspetto aggregativo va scemando. Inoltre il contatto con la terra rimanda ad un contatto con noi stessi, un contatto profondo, portatore di equilibrio e benessere.
Iniziamo ad approfondire le nostre conoscenze sulla biodinamica, sulla permacultura, sugli orti sinergici, sul riconoscimento delle piante spontanee, abbiamo iniziato a coltivare grano antico, orzo distico e canapa.
Tutte queste attività ci hanno permesso di entrare in contatto con una grande quantità di persone, associazioni, enti che sono in sintonia con i nostri intenti. Con sorpresa abbiamo scoperto che nel territorio già prima di noi molte altre persone si sono interessate a questi temi. Credo che un processo di trasformazione sociale sia già in atto anche se può essere non facilmente visibile ad occhi distratti.
La collaborazione con più realtà possibili ci ha arricchito profondamente e dopo un anno forse non abbiamo ancora apportato un reale contributo al cambiamento di questo territorio, ma una cosa è cambiata di certo: il modo in cui oggi vedo il Fortore.
Lentamente ho scoperto che il Fortore ha ricchezze nascoste che aspettano di essere svelate.
Lentamente il Fortore.
Giulio Michele – Società cooperativa agricola “Lentamente”
Lentamente il Fortore.
Lentamente siamo ritornati.
Ognuno percorrendo la propria strada.
Ognuno arricchito da un bagaglio di esperienze fatte altrove.
Dopo anni passati lontano abbiamo guardato la nostra terra con occhi nuovi.
Non era più la terra vuota che ci ha spinto ad andare lontano per cercare quello che qui mancava.
La terra che un tempo vedevo isolata oggi è una terra incontaminata, dove un tempo vedevo arretratezza oggi vedo antichi saperi da preservare.
Nella ricerca di posti che sembravano offrire maggiori possibilità di formazione e occupazionali abbiamo avuto anche la possibilità di vedere più da vicino le contraddizioni di questa società e dei nostri stili di vita.
Troppo spesso il fattore economico è considerato l’aspetto più importante al punto da rendere accettabile scelte e abitudini che vanno a discapito dell’ambiente e della nostra salute sia fisica che psicosociale. La motivazione che ci ha spinti a tornare è quella di cercare nel nostro piccolo un’alternativa, un cambiamento di rotta, nuove soluzioni che abbiano un’ombra lunga sul futuro, che possano un giorno diventare buone pratiche diffuse.
Adesso questo posto ci suggerisce un futuro costruito con le nostre mani.
Un futuro fatto di sperimentazione di nuove pratiche agricole e di recupero di vecchie pratiche rispettose dell’ambiente, della persona, della società.
Questo posto è il terreno fertile da cui nasce l’idea di mettersi insieme per provare, lentamente, a trovare una strada che porti in un posto migliore, il Fortore di domani.
Nasce così la Società Cooperativa Agricola Lentamente.
Il nostro motto è composto da una singola parola: “sostenibilità”.
Sostenibilità ambientale, economica e sociale.
Per sostenibilità ambientale intendiamo la ricerca sul campo di pratiche agricole alternative a quelle diffuse oggi che hanno un notevole impatto sulla natura per l’uso di composti chimici (fertilizzanti, pesticidi, diserbanti, eccetera) che, anche se permettono raccolti quantitativamente maggiori, questo risultato va a discapito dell’ambiente, della qualità dei prodotti ed ha importanti ripercussioni anche da un punto di vista economico dato che rende dipendenti gli agricoltori dall’acquisto di tali prodotti chimici. L’immagine di una foto di mio padre che nuotava sotto la cascata ripa di San Marco dei Cavoti testimonia quanto il progresso, come è stato inteso da allora ad oggi, abbia avuto delle ripercussioni sull’ambiente. A vederli adesso quei posti non ispirano certo una nuotata.
Per sostenibilità economica intendiamo la ricerca di pratiche agricole che oltre a rispettare l’ambiente e la genuinità dei prodotti siano anche remunerative abbastanza da poter fare a meno delle sovvenzioni e dei finanziamenti che oggi sono necessari per far sopravvivere le piccole aziende agricole ma che gravano sui conti dello stato e quindi della società intera.
Infine, per sostenibilità sociale intendiamo che la terra non solo ha le potenzialità di offrire nuova occupazione, ipotesi confermata dai dati sull’occupazione degli ultimi anni, ma anche che sia adatta a nutrire il tessuto sociale a livello delle relazioni tra le persone. Il lavoro nei campi di un tempo rendeva necessario un rapporto di collaborazione tra più persone anche se oggi quasi tutti i lavori sono meccanizzati e l’aspetto aggregativo va scemando. Inoltre il contatto con la terra rimanda ad un contatto con noi stessi, un contatto profondo, portatore di equilibrio e benessere.
Iniziamo ad approfondire le nostre conoscenze sulla biodinamica, sulla permacultura, sugli orti sinergici, sul riconoscimento delle piante spontanee, abbiamo iniziato a coltivare grano antico, orzo distico e canapa.
Tutte queste attività ci hanno permesso di entrare in contatto con una grande quantità di persone, associazioni, enti che sono in sintonia con i nostri intenti. Con sorpresa abbiamo scoperto che nel territorio già prima di noi molte altre persone si sono interessate a questi temi. Credo che un processo di trasformazione sociale sia già in atto anche se può essere non facilmente visibile ad occhi distratti.
La collaborazione con più realtà possibili ci ha arricchito profondamente e dopo un anno forse non abbiamo ancora apportato un reale contributo al cambiamento di questo territorio, ma una cosa è cambiata di certo: il modo in cui oggi vedo il Fortore.
Lentamente ho scoperto che il Fortore ha ricchezze nascoste che aspettano di essere svelate.
Lentamente il Fortore.
Giulio Michele – Società cooperativa agricola “Lentamente”
mercoledì 14 gennaio 2015
QUATTRO PASSI VERSO LA LIBERTA'
di Antonio Gentile*
Le ultime decisioni dello Stato italiano, che aprono a ulteriori trivellazioni nelle regioni del Sud, in particolare in Basilicata e Sicilia, confermano il ruolo coloniale del Meridione e, dunque, l’impossibilità delle popolazioni locali di opporsi a quest’ennesimo selvaggio sfruttamento dei propri territori.
E’ ben evidente, considerando poi il degrado generale in cui vive, oramai, tutto il Mezzogiorno, che si è giunti ad un punto di non ulteriore tolleranza. Servono iniziative politiche e strumenti istituzionali fortemente innovativi che creino le condizioni ideali per una trasformazione radicale del ruolo del Sud a livello nazionale ed europeo.
La questione decisiva, la chiave per determinare una cascata di innovazioni è l’auto-riforma politico-istituzionale, l’invenzione delle proprie istituzioni di autogoverno con il profilo e la dignità di relazioni costituzionali. Dunque, la rivoluzione politica prima di quella economica, la creazione della propria libertà politica, la istituzionalizzazione libera di relazioni federali ascendenti.
Cioè la rivoluzione del nuovo federalismo come fine della subordinazione gerarchica del Mezzogiorno, fine di quel modello statale centro-periferia che ci ha consegnati e confinati in una periferia degradata dell’Impero e che ha funzionato da causa-effetto di tanti problemi, diseconomie distruttive, deficit civile.
L’obiettivo a cui guardiamo è un processo autodeterminato di creazione di una “Comunità politica” del Sud Italia, iniziativa senza precedenti nella storia meridionale, ma semplicemente più adeguata agli scenari geopolitici del nuovo millennio e alla crescente domanda di libertà che sta emergendo nelle popolazioni del Mezzogiorno. Lo Stato meridionale nella sua lunga storia ha avuto le caratteristiche di una “comunità politica” originato da un’azione di conquista e, quindi, per sua natura, accentrato, autoritario, paternalistico.
Tale e più dura è stata l’unificazione italiana che si è conclusa con la conquista dell’esercito regolare piemontese-italiano. Un Mezzogiorno conquistato che ne riceve un centralismo brutale e devastante. Nessuna decisione costituente coinvolse, tra l’altro, una rappresentanza del popolo meridionale. L’analisi storica più recente ci dice che è in atto una trasformazione epocale di portata mondiale e, soprattutto, europea e ci ricorda che dopo l’89-’91, con la caduta del Muro di Berlino e della politica bipolare, è cambiato il mondo. Si ha, in pratica, lo sgretolamento di un lungo periodo storico che andava avanti dalla Rivoluzione Francese.
L’omogeneizzazione unitaria delle pluralità e particolarità che ha retto fino a un certo punto del dispiegamento della rivoluzione industriale e della modernità dell’800 e prima metà del ’900, oggi, nell’epoca della “rivoluzione del silicio”, non può più reggere e declina progressivamente insieme al concetto dello Stato nazionale. Cambiano i valori di riferimento, le diversità, le culture locali, le individualità e le aree territoriali riprendono la scena e richiedono rispetto, titolarità di diritti e poteri.
Lo Stato moderno non può più governare l’insieme delle particolarità. E’ necessario un sistema politico nuovo per conservare le aree territoriali con le loro peculiarità. Ed è qui che si inserisce la rivoluzione federalista che emerge nell’epoca post-moderna come un’importante tentativo per conciliare il crescente e diffuso desiderio delle popolazioni di mantenere e recuperare i vantaggi delle comunità politiche di più ridotte dimensioni con la necessità di adattarsi in dei sistemi sempre più grandi, allo scopo di mantenere e rafforzare la propria particolarità culturale. Il federalismo, ricordiamolo, è stato inventato più di tremila anni fa nel bacino del Mediterraneo.
Bisogna, però, rendersi conto che il federalismo di Cattaneo, di Gioberti e altri rappresenta il passato ed è alle nostre spalle. Il vecchio federalismo ottocentesco muoveva da una pluralità e cercava tramite un foedus, un patto, di costruire l’unità ed è stato strumento per costruire lo stato unitario. Il nuovo federalismo, che noi sosteniamo, rappresenta invece il rovescio di quello tradizionale, basandosi non su un patto politico di fedeltà ma su un contratto. Uno strumento politico fortemente innovativo che potrà offrire al Mezzogiorno la possibilità di sottrarsi alla omogeneizzazione unitaria recuperando libertà e titolarità di diritti e poteri.
*Presidente del movimento politico-culturale L'AltroSud
(Il commento è tratto da "il Brigante" magazine )
Le ultime decisioni dello Stato italiano, che aprono a ulteriori trivellazioni nelle regioni del Sud, in particolare in Basilicata e Sicilia, confermano il ruolo coloniale del Meridione e, dunque, l’impossibilità delle popolazioni locali di opporsi a quest’ennesimo selvaggio sfruttamento dei propri territori.
E’ ben evidente, considerando poi il degrado generale in cui vive, oramai, tutto il Mezzogiorno, che si è giunti ad un punto di non ulteriore tolleranza. Servono iniziative politiche e strumenti istituzionali fortemente innovativi che creino le condizioni ideali per una trasformazione radicale del ruolo del Sud a livello nazionale ed europeo.
La questione decisiva, la chiave per determinare una cascata di innovazioni è l’auto-riforma politico-istituzionale, l’invenzione delle proprie istituzioni di autogoverno con il profilo e la dignità di relazioni costituzionali. Dunque, la rivoluzione politica prima di quella economica, la creazione della propria libertà politica, la istituzionalizzazione libera di relazioni federali ascendenti.
Cioè la rivoluzione del nuovo federalismo come fine della subordinazione gerarchica del Mezzogiorno, fine di quel modello statale centro-periferia che ci ha consegnati e confinati in una periferia degradata dell’Impero e che ha funzionato da causa-effetto di tanti problemi, diseconomie distruttive, deficit civile.
L’obiettivo a cui guardiamo è un processo autodeterminato di creazione di una “Comunità politica” del Sud Italia, iniziativa senza precedenti nella storia meridionale, ma semplicemente più adeguata agli scenari geopolitici del nuovo millennio e alla crescente domanda di libertà che sta emergendo nelle popolazioni del Mezzogiorno. Lo Stato meridionale nella sua lunga storia ha avuto le caratteristiche di una “comunità politica” originato da un’azione di conquista e, quindi, per sua natura, accentrato, autoritario, paternalistico.
Tale e più dura è stata l’unificazione italiana che si è conclusa con la conquista dell’esercito regolare piemontese-italiano. Un Mezzogiorno conquistato che ne riceve un centralismo brutale e devastante. Nessuna decisione costituente coinvolse, tra l’altro, una rappresentanza del popolo meridionale. L’analisi storica più recente ci dice che è in atto una trasformazione epocale di portata mondiale e, soprattutto, europea e ci ricorda che dopo l’89-’91, con la caduta del Muro di Berlino e della politica bipolare, è cambiato il mondo. Si ha, in pratica, lo sgretolamento di un lungo periodo storico che andava avanti dalla Rivoluzione Francese.
L’omogeneizzazione unitaria delle pluralità e particolarità che ha retto fino a un certo punto del dispiegamento della rivoluzione industriale e della modernità dell’800 e prima metà del ’900, oggi, nell’epoca della “rivoluzione del silicio”, non può più reggere e declina progressivamente insieme al concetto dello Stato nazionale. Cambiano i valori di riferimento, le diversità, le culture locali, le individualità e le aree territoriali riprendono la scena e richiedono rispetto, titolarità di diritti e poteri.
Lo Stato moderno non può più governare l’insieme delle particolarità. E’ necessario un sistema politico nuovo per conservare le aree territoriali con le loro peculiarità. Ed è qui che si inserisce la rivoluzione federalista che emerge nell’epoca post-moderna come un’importante tentativo per conciliare il crescente e diffuso desiderio delle popolazioni di mantenere e recuperare i vantaggi delle comunità politiche di più ridotte dimensioni con la necessità di adattarsi in dei sistemi sempre più grandi, allo scopo di mantenere e rafforzare la propria particolarità culturale. Il federalismo, ricordiamolo, è stato inventato più di tremila anni fa nel bacino del Mediterraneo.
Bisogna, però, rendersi conto che il federalismo di Cattaneo, di Gioberti e altri rappresenta il passato ed è alle nostre spalle. Il vecchio federalismo ottocentesco muoveva da una pluralità e cercava tramite un foedus, un patto, di costruire l’unità ed è stato strumento per costruire lo stato unitario. Il nuovo federalismo, che noi sosteniamo, rappresenta invece il rovescio di quello tradizionale, basandosi non su un patto politico di fedeltà ma su un contratto. Uno strumento politico fortemente innovativo che potrà offrire al Mezzogiorno la possibilità di sottrarsi alla omogeneizzazione unitaria recuperando libertà e titolarità di diritti e poteri.
*Presidente del movimento politico-culturale L'AltroSud
(Il commento è tratto da "il Brigante" magazine )
lunedì 12 gennaio 2015
Viabilità nel Fortore, quella delibera del 1873
Postiamo un interessante articolo di Leonardo Bianco apparso sul sito www.sanbartolomeaninelmondo.it
Negli ultimi mesi del 2014 le cronache del Fortore sono state caratterizzate dalle vicende legate alla viabilità e soprattutto della strada Fortorina. Tutto è iniziato con l’annuncio di fine agosto del sottosegretario Umberto Del Basso De Caro.
Il parlamentare sannita del Pd aveva comunicato che nel decreto del governo Renzi, denominato “Sblocca Italia”, erano stati inseriti i fondi per il prolungamento della Fortorina, che attualmente si ferma a San Marco dei Cavoti.
Una notizia che ha risvegliato le speranze dei cittadini fortorini che da sempre sognano una strada degna di questo nome che li avvicini al capoluogo sannita. La macchina dei proclami e delle esternazioni si mette subito in moto, ma la sorpresa è dietro l’angolo. L’Anas, infatti, fa sapere che il progetto finanziato con il decreto “Sblocca Italia” riguarderà la variante al centro abitato di San Marco dei Cavoti. Costo del progetto 47,6 milioni di euro. Con i restanti 13,4 milioni l’azienda autostradale adeguerà due tratti dell’ex Statale 369 che vanno da San Bartolomeo in Galdo a Foiano di Valfortore. L’ennesima doccia gelata per il Fortore che è costretto ad assistere all’ennesimo scippo nel silenzio imbarazzante della quasi totalità dei suoi amministratori.
Le uniche voci che si levano sono quelle del sindaco di Molinara, Giuseppe Addabbo, e del vice sindaco di San Bartolomeo, Lina Fiorilli. Quest’ultima riesce anche a strappare un incontro con il sottosegretario Umberto Del Basso De Caro nel suo comune e al quale, l’8 dicembre, hanno partecipato anche gli amministratori dei comuni limitrofi.
Qui la rassicurazione da parte del parlamentare sannita che il progetto di completamento della Fortorina, fino e oltre San Bartolomeo in Galdo, sarà inserito nell’agenda del governo Renzi. Tutto questo mentre il 14 novembre si inaugurava definitivamente la variante della Statale 212 che da Benevento arriva a San Marco dei Cavoti. Questa la storia recentissima della Fortorina e della viabilità del Fortore. Una storia però che ha origini molte più lontane.
La questione viabilità per San Bartolomeo in Galdo e i comuni limitrofi nasce con l’Unità d’Italia. Ci sono atti e documenti che dimostrano come gli amministratori locali facevano voti alle istituzioni provinciali e nazionali del nuovo Regno per ottenere una strada che togliesse dall’isolamento il Fortore. Tra questi una lettera datata 30 novembre 1873, firmata dall’allora sindaco di San Bartolomeo in Galdo, Bartolomeo Crialese, il quale scriveva ad un deputato sannita del Parlamento del Regno d’Italia,
il maggiore senatore Federico Torre: “E’ purtroppo nota, come è deplorevole la condizione di questi cittadini pel difetto assoluto di ogni mezzo di comunicazione. A fronte di un bisogno così imperioso, il municipio di San Bartolomeo in Galdo non ha mai cessato dal piatire ed insistere, invocando la provvidenza a che l’iniziata strada provinciale di Valfortore avesse pure una volta il suo corso e il suo completamento per il benessere dei numerosi popoli della florida e insieme abbandonata Valle del Fortore”. Queste le parole con le quali, già un secolo e mezzo fa, un amministratore fortorino invocava i diritti di una terra che ancora oggi aspetta risposte. Una lettera nella quale il primo cittadino sembra quasi elemosinare l’intervento e l’impegno del parlamentare. Una missiva che arriva qualche mese dopo che lo stesso sindaco Crialese aveva convocato un consiglio comunale nel quale per far voti al Ministero dei Lavori Pubblici “per lo completamento della strada da Benevento fino all’Appulo-Sannita”.
Nell’atto deliberato dall’assise comunale si lamentava i ritardi con i quali procedevano i lavori della costruzione della strada della Valfortore. Nel documento si legge: “Sono passati 12 anni e più e le aspirazioni dei cittadini di San Bartolomeo in Galdo non hanno peranco raggiunto il desiato scopo imperoché questo comune, per una di quelle inspiegabili fatalità, resta ancora isolato e conseguentemente privo di tutti gli immensi vantaggi derivanti dall’agevolazione dei transiti e del commercio. Dopo 12 anni, quando già da e per ogni dove sursero per incanto ferrovie e reti stradali, soltanto questo comune deve sentirne ancora il bisogno e più imperioso che prima per ragioni di civiltà progredita. Eppure i cittadini di San Bartolomeo in Galdo sono figli anch’essi della Gran Madre Italia e se con lei dividono i dolori hanno diritto altresì di partecipare alle sue gioie […]”.
Una delibera che è innanzitutto un attacco alla Provincia di Benevento che ignora le continue richieste del capoluogo di circondario per la realizzazione di una rete viaria che la liberi dall’isolamento e che permetta lo sviluppo economico e sociale del territorio. Un voto al Ministero dei Lavori Pubblici affinché finalmente il Fortore e San Bartolomeo potessero vedere attuati gli stessi diritti del resto dell’Italia. Un secolo e mezzo fa come oggi dunque. Il Fortore ad invocare ed elemosinare diritti e le istituzioni provinciali e statali a continuare ad ignorare tali diritti. Poco più di un mese fa, dopo che in questi ultimi 70 anni di storia repubblicana il Fortore ha continuato ad aspettare risposte e soluzioni ai suoi remoti problemi, le parole del sottosegretario hanno aperto nuove speranze. Speranze che potranno trovare riscontro nelle prossime settimane. L’attuale sindaco di San Bartolomeo in Galdo, Gianfranco Marcasciano, infatti, attraverso gli organi di stampa ha fatto sapere che a metà gennaio (in questi giorni) avrebbe convocato il tavolo tecnico con i responsabili dell’Anas e con gli amministratori dei comuni fortorini per fare un primo punto sul progetto al quale l’Anas (forse) sta lavorando. Da questo tavolo ci aspettiamo di conoscere come, dove e quando tutto questo verrà realizzato. Noi saremo qui a vigilare, a capire e se necessario a spronare. Crediamo che sia nostro dovere farlo, anche perché dopo 150 anni forse è arrivato il momento che le cosa si facciano e non si annuncino…
P.S. Per onor di cronaca (di storia) vogliamo ricordare che nella seduta del consiglio comunale del 28 aprile 1873, oltre al sindaco Bartolomeo Crialese, erano presenti: Liberato Braca, Pasquale Gabriele, Mattia Perlingieri, Vincenzo Colabelli, Raffaele Giannetta, Pasquale Grassi, Urbano Ziccardi, Samuele Monaco, Carlo Colatruglio, Domenico Braca, Angelo Catalano, Vincenzo Fiorilli, Leonardo Apicella, Luigi Vadurro, Giuseppe Rosa e Simone Reino. Gli assenti: Carlo Martini, Giuseppe D’Onofrio e Francesco Gabriele (consigliere dimissionario).
Negli ultimi mesi del 2014 le cronache del Fortore sono state caratterizzate dalle vicende legate alla viabilità e soprattutto della strada Fortorina. Tutto è iniziato con l’annuncio di fine agosto del sottosegretario Umberto Del Basso De Caro.
Il parlamentare sannita del Pd aveva comunicato che nel decreto del governo Renzi, denominato “Sblocca Italia”, erano stati inseriti i fondi per il prolungamento della Fortorina, che attualmente si ferma a San Marco dei Cavoti.
Una notizia che ha risvegliato le speranze dei cittadini fortorini che da sempre sognano una strada degna di questo nome che li avvicini al capoluogo sannita. La macchina dei proclami e delle esternazioni si mette subito in moto, ma la sorpresa è dietro l’angolo. L’Anas, infatti, fa sapere che il progetto finanziato con il decreto “Sblocca Italia” riguarderà la variante al centro abitato di San Marco dei Cavoti. Costo del progetto 47,6 milioni di euro. Con i restanti 13,4 milioni l’azienda autostradale adeguerà due tratti dell’ex Statale 369 che vanno da San Bartolomeo in Galdo a Foiano di Valfortore. L’ennesima doccia gelata per il Fortore che è costretto ad assistere all’ennesimo scippo nel silenzio imbarazzante della quasi totalità dei suoi amministratori.
Le uniche voci che si levano sono quelle del sindaco di Molinara, Giuseppe Addabbo, e del vice sindaco di San Bartolomeo, Lina Fiorilli. Quest’ultima riesce anche a strappare un incontro con il sottosegretario Umberto Del Basso De Caro nel suo comune e al quale, l’8 dicembre, hanno partecipato anche gli amministratori dei comuni limitrofi.
Qui la rassicurazione da parte del parlamentare sannita che il progetto di completamento della Fortorina, fino e oltre San Bartolomeo in Galdo, sarà inserito nell’agenda del governo Renzi. Tutto questo mentre il 14 novembre si inaugurava definitivamente la variante della Statale 212 che da Benevento arriva a San Marco dei Cavoti. Questa la storia recentissima della Fortorina e della viabilità del Fortore. Una storia però che ha origini molte più lontane.
La questione viabilità per San Bartolomeo in Galdo e i comuni limitrofi nasce con l’Unità d’Italia. Ci sono atti e documenti che dimostrano come gli amministratori locali facevano voti alle istituzioni provinciali e nazionali del nuovo Regno per ottenere una strada che togliesse dall’isolamento il Fortore. Tra questi una lettera datata 30 novembre 1873, firmata dall’allora sindaco di San Bartolomeo in Galdo, Bartolomeo Crialese, il quale scriveva ad un deputato sannita del Parlamento del Regno d’Italia,
il maggiore senatore Federico Torre: “E’ purtroppo nota, come è deplorevole la condizione di questi cittadini pel difetto assoluto di ogni mezzo di comunicazione. A fronte di un bisogno così imperioso, il municipio di San Bartolomeo in Galdo non ha mai cessato dal piatire ed insistere, invocando la provvidenza a che l’iniziata strada provinciale di Valfortore avesse pure una volta il suo corso e il suo completamento per il benessere dei numerosi popoli della florida e insieme abbandonata Valle del Fortore”. Queste le parole con le quali, già un secolo e mezzo fa, un amministratore fortorino invocava i diritti di una terra che ancora oggi aspetta risposte. Una lettera nella quale il primo cittadino sembra quasi elemosinare l’intervento e l’impegno del parlamentare. Una missiva che arriva qualche mese dopo che lo stesso sindaco Crialese aveva convocato un consiglio comunale nel quale per far voti al Ministero dei Lavori Pubblici “per lo completamento della strada da Benevento fino all’Appulo-Sannita”.
Nell’atto deliberato dall’assise comunale si lamentava i ritardi con i quali procedevano i lavori della costruzione della strada della Valfortore. Nel documento si legge: “Sono passati 12 anni e più e le aspirazioni dei cittadini di San Bartolomeo in Galdo non hanno peranco raggiunto il desiato scopo imperoché questo comune, per una di quelle inspiegabili fatalità, resta ancora isolato e conseguentemente privo di tutti gli immensi vantaggi derivanti dall’agevolazione dei transiti e del commercio. Dopo 12 anni, quando già da e per ogni dove sursero per incanto ferrovie e reti stradali, soltanto questo comune deve sentirne ancora il bisogno e più imperioso che prima per ragioni di civiltà progredita. Eppure i cittadini di San Bartolomeo in Galdo sono figli anch’essi della Gran Madre Italia e se con lei dividono i dolori hanno diritto altresì di partecipare alle sue gioie […]”.
Una delibera che è innanzitutto un attacco alla Provincia di Benevento che ignora le continue richieste del capoluogo di circondario per la realizzazione di una rete viaria che la liberi dall’isolamento e che permetta lo sviluppo economico e sociale del territorio. Un voto al Ministero dei Lavori Pubblici affinché finalmente il Fortore e San Bartolomeo potessero vedere attuati gli stessi diritti del resto dell’Italia. Un secolo e mezzo fa come oggi dunque. Il Fortore ad invocare ed elemosinare diritti e le istituzioni provinciali e statali a continuare ad ignorare tali diritti. Poco più di un mese fa, dopo che in questi ultimi 70 anni di storia repubblicana il Fortore ha continuato ad aspettare risposte e soluzioni ai suoi remoti problemi, le parole del sottosegretario hanno aperto nuove speranze. Speranze che potranno trovare riscontro nelle prossime settimane. L’attuale sindaco di San Bartolomeo in Galdo, Gianfranco Marcasciano, infatti, attraverso gli organi di stampa ha fatto sapere che a metà gennaio (in questi giorni) avrebbe convocato il tavolo tecnico con i responsabili dell’Anas e con gli amministratori dei comuni fortorini per fare un primo punto sul progetto al quale l’Anas (forse) sta lavorando. Da questo tavolo ci aspettiamo di conoscere come, dove e quando tutto questo verrà realizzato. Noi saremo qui a vigilare, a capire e se necessario a spronare. Crediamo che sia nostro dovere farlo, anche perché dopo 150 anni forse è arrivato il momento che le cosa si facciano e non si annuncino…
P.S. Per onor di cronaca (di storia) vogliamo ricordare che nella seduta del consiglio comunale del 28 aprile 1873, oltre al sindaco Bartolomeo Crialese, erano presenti: Liberato Braca, Pasquale Gabriele, Mattia Perlingieri, Vincenzo Colabelli, Raffaele Giannetta, Pasquale Grassi, Urbano Ziccardi, Samuele Monaco, Carlo Colatruglio, Domenico Braca, Angelo Catalano, Vincenzo Fiorilli, Leonardo Apicella, Luigi Vadurro, Giuseppe Rosa e Simone Reino. Gli assenti: Carlo Martini, Giuseppe D’Onofrio e Francesco Gabriele (consigliere dimissionario).
giovedì 8 gennaio 2015
L’informazione nel Blog: humus della democrazia
di Angelo Iampietro
Un organo di informazione, qualunque esso sia, che opera secondo i canoni della correttezza e riporta un’informazione oggettiva, pur esprimendo, nel dibattito, il proprio punto di vista, merita apprezzamento e riconoscimento non solo da parte dei fruitori, ma più in generale da tutti coloro che lo approvano per i risvolti culturali che essa determina nei comportamenti di una popolazione.
L’informazione arricchisce la persona e l’aiuta non solo a crescere e a maturare, ma ad essere al passo dei tempi, poiché lo sprona ad avere sempre l’occhio vigile su ciò che avviene intorno a lui, riuscendo, però, a decifrare in autonomia quanto appreso.
Del resto essa sta alla base del viver civile in un contesto sociale che tiene a cuore e difende i principi della democrazia, in base alla quale ogni individuo è cittadino a pieno titolo. Senza l’informazione non vi sarebbe libertà, elemento insostituibile per una cittadinanza attiva. Di qui la necessità di un’informazione libera che non pone bavagli al professionista che sa e svolge il ruolo con eticità nel convincimento di far conoscere e sapere.
Difendere questo principio di indipendenza è compito di ciascuna persona che ama la crescita culturale, sociale e umana di ciascuno.
Il Blog di Antonio Bianco svolge, da quando è stato posto in essere e sono già trascorsi diversi anni, con la sua informazione, pressoché quotidiana, un ruolo sociale e culturale di cui si avvantaggia, in gran parte, l’intera comunità dei centri fortorini, perché, maggiormente ad essi, è indirizzato il contenuto delle sue pubblicazioni.
Certamente gestire un “Blog”, come nel caso specifico, comporta un impegno quotidiano poiché il gestore deve reperire tutte le informazioni che vengono postate; le stesse, poi, meritano una valutazione obiettiva e deontologica prima che vengano poste in rete, sempre nel pieno rispetto delle normative vigenti. A tal riguardo nessuno può contestare che il “Blog di Antonio Bianco” non svolga a pieno questo compito che la “Legge” prima e la “deontologia professionale”, poi, pongono in essere.
Da parte mia va un grazie sempre vivo ad Antonio Bianco che, come detto in precedenza, con il suo Blog diffonde un’informazione che avvantaggia non solo l’intera comunità delle popolazioni del Fortore, ma anche i tanti che vivono lontano dai luoghi nativi.
L’augurio per il “2015” che porgo è questo: che il tuo “Blog” possa continuare a svolgere il ruolo che fin qui ha svolto, sempre con quell’entusiasmo e quella volontà, che ti contraddistinguono, nel vederlo crescere come merita.
Infine non mi resta che augurare un “Buon 2015” a te e a tutti coloro che collaborano con il tuo apprezzato mezzo di informazione, che si occupa delle idee, dei progetti, delle attività, degli eventi e di quanto avviene sul nostro territorio che merita la giusta divulgazione. Una giusta divulgazione, senza arrendersi, nel far conoscere, quanto è già stato programmato circa la conservazione del nostro habitat da ricerche che potrebbero compromettere la sua integrità naturale.
Un organo di informazione, qualunque esso sia, che opera secondo i canoni della correttezza e riporta un’informazione oggettiva, pur esprimendo, nel dibattito, il proprio punto di vista, merita apprezzamento e riconoscimento non solo da parte dei fruitori, ma più in generale da tutti coloro che lo approvano per i risvolti culturali che essa determina nei comportamenti di una popolazione.
L’informazione arricchisce la persona e l’aiuta non solo a crescere e a maturare, ma ad essere al passo dei tempi, poiché lo sprona ad avere sempre l’occhio vigile su ciò che avviene intorno a lui, riuscendo, però, a decifrare in autonomia quanto appreso.
Del resto essa sta alla base del viver civile in un contesto sociale che tiene a cuore e difende i principi della democrazia, in base alla quale ogni individuo è cittadino a pieno titolo. Senza l’informazione non vi sarebbe libertà, elemento insostituibile per una cittadinanza attiva. Di qui la necessità di un’informazione libera che non pone bavagli al professionista che sa e svolge il ruolo con eticità nel convincimento di far conoscere e sapere.
Difendere questo principio di indipendenza è compito di ciascuna persona che ama la crescita culturale, sociale e umana di ciascuno.
Il Blog di Antonio Bianco svolge, da quando è stato posto in essere e sono già trascorsi diversi anni, con la sua informazione, pressoché quotidiana, un ruolo sociale e culturale di cui si avvantaggia, in gran parte, l’intera comunità dei centri fortorini, perché, maggiormente ad essi, è indirizzato il contenuto delle sue pubblicazioni.
Certamente gestire un “Blog”, come nel caso specifico, comporta un impegno quotidiano poiché il gestore deve reperire tutte le informazioni che vengono postate; le stesse, poi, meritano una valutazione obiettiva e deontologica prima che vengano poste in rete, sempre nel pieno rispetto delle normative vigenti. A tal riguardo nessuno può contestare che il “Blog di Antonio Bianco” non svolga a pieno questo compito che la “Legge” prima e la “deontologia professionale”, poi, pongono in essere.
Da parte mia va un grazie sempre vivo ad Antonio Bianco che, come detto in precedenza, con il suo Blog diffonde un’informazione che avvantaggia non solo l’intera comunità delle popolazioni del Fortore, ma anche i tanti che vivono lontano dai luoghi nativi.
L’augurio per il “2015” che porgo è questo: che il tuo “Blog” possa continuare a svolgere il ruolo che fin qui ha svolto, sempre con quell’entusiasmo e quella volontà, che ti contraddistinguono, nel vederlo crescere come merita.
Infine non mi resta che augurare un “Buon 2015” a te e a tutti coloro che collaborano con il tuo apprezzato mezzo di informazione, che si occupa delle idee, dei progetti, delle attività, degli eventi e di quanto avviene sul nostro territorio che merita la giusta divulgazione. Una giusta divulgazione, senza arrendersi, nel far conoscere, quanto è già stato programmato circa la conservazione del nostro habitat da ricerche che potrebbero compromettere la sua integrità naturale.
sabato 3 gennaio 2015
Trivellazioni: Il Governo accelera, il Sannio trema. Il 3 gennaio mobilitazione dei comitati 'no-triv'
"La Legge di Stabilità, approvata il 22 dicembre scorso ha ulteriormente peggiorato la situazione, modificando ulteriormente l’art. 38 e rendendo chiare (se ancora ve ne fosse bisogno) le intenzioni del governo sul tema. Così, diventano “strategiche” (e quindi seguono procedure autorizzative facilitate ed accelerate) “tutte le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento di idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti, comprese quelle localizzate al di fuori del perimetro delle concessioni di coltivazioni”.
E come se non bastasse, l’art.38 viene modificato proprio nella sua parte più discussa (la legittimità costituzionale del superamento dell’intesa vincolante con le Regioni), creando per di più una doppia regolamentazione: per le trivellazioni su terraferma, la definizione delle zone all’interno delle quali vengono individuate le aree “strategiche” avviene a opera dei Ministeri competenti, previa intesa non più con le Regioni direttamente interessate dai singoli interventi, ma con la loro Conferenza Unificata creando, in tal modo, una complicata situazione che, di fatto, continua a togliere poteri decisionali alle Regioni stesse. (Per leggere tutto l'articolo de ilquaderno.it clicca qui sotto)
Trivellazioni: Il Governo accelera, il Sannio trema. Il 3 gennaio mobilitazione dei comitati 'no-triv'
E come se non bastasse, l’art.38 viene modificato proprio nella sua parte più discussa (la legittimità costituzionale del superamento dell’intesa vincolante con le Regioni), creando per di più una doppia regolamentazione: per le trivellazioni su terraferma, la definizione delle zone all’interno delle quali vengono individuate le aree “strategiche” avviene a opera dei Ministeri competenti, previa intesa non più con le Regioni direttamente interessate dai singoli interventi, ma con la loro Conferenza Unificata creando, in tal modo, una complicata situazione che, di fatto, continua a togliere poteri decisionali alle Regioni stesse. (Per leggere tutto l'articolo de ilquaderno.it clicca qui sotto)
Trivellazioni: Il Governo accelera, il Sannio trema. Il 3 gennaio mobilitazione dei comitati 'no-triv'
domenica 28 dicembre 2014
Trasporti nel Fortore, la denuncia di un genitore esasperato
di Leonardo Bianco
Diritto alla mobilità e allo studio spesso sono un miraggio per i cittadini del Fortore. Viabilità disastrosa, trasporto pubblico inesistente rendono difficile la frequenza delle lezioni agli studenti del comprensorio fortorino. In questi anni abbiamo assistito a soppressioni di line sic et simpliciter da parte di aziende, (meglio dell’azienda che da anni fa il bello e il cattivo tempo nel Fortore: l’Etac), e inutili sono state le proteste di amministratori, che forse troppo frettolosamente o per convenienza politica, hanno abbandonato la battaglia lasciando a piedi gli studenti.
E’ stato della linea San Bartolomeo- Campobasso. Era il 2013. L’Etac decise di sopprimere il servizio che dava la possibilità a molti studenti di frequentare gli istituti superiori del capoluogo molisano, lasciando è proprio il caso di dirlo, molte famiglie in mezzo ad una strada. Poi sempre l’Etac, dopo aver soppresso e riattivato alcune linee di collegamento interno ai comuni del Fortore ha rimodulato orari e percorsi senza essere attenta alle esigenze degli utenti.
“Un servizio che non c’è e dove esiste non serve”. Questa sembra essere stata la molla che ha fatto scattare l’indignazione di qualche genitore che ha preso carta e penna (si fa per dire) e ha scritto al responsabile del settore della Provincia, l’ingegnere Minicozzi. Il papà di due studentesse del liceo scientifico di San Bartolomeo in Galdo, sostituendosi alle istituzioni che ormai evidentemente si sono arrese alla prepotenza dell’azienda di trasporto, ha proposto la rimodulazione degli orari e del percorso che una linea, a suo dire “inutile”, venga rivista in modo da poter garantire agli alunni la frequenza scolastica.
Un papà che non si arrende e ricorda quando anche lui era studente liceale e da Baselice si recava a San Bartolomeo grazie ad una linea dedicata, proprio dall’Etac, agli studenti e ai pendolari.
“Rivedere tutti i percorsi e gli orari, darebbe la possibilità anche ai ragazzi di Castelfranco e Montefalcone di frequentare anche l’istituto professionale per il commercio di Baselice, oltre consentire ai ragazzi di Baselice la frequenza del liceo dell’istituto agrario a San Bartolomeo.
Una rimodulazione che consentirebbe contestualmente all’Etac di aumentare il numero degli abbonati” ha sottolineato il genitore che fa sapere alla Provincia che la sua protesta non si fermerà e che sarà portata in tutte le sedi istituzionali. Una denuncia, quella del cittadino baselicese, che conferma il grave disagio della mobilità interna e verso il capoluogo degli utenti fortorini. Un disagio che fa i conti ormai da troppo tempo con la sordità e i capricci dell’Etac e soprattutto delle istituzioni. “Un problema che ho rappresentato agli amministratori del nostro territori, ma finora nessuno pare abbia preso a cuore la questione”.
Delle proposte presentate alla Provincia ne è a conopscenza anche la dirigente scolastica dell’Istituto “Medi” di San Bartolomeo che ha accolto con favore l’iniziativa. Ora non resta che attendere la risposta dell’azienda di trasporto, anche se visto i precedenti c’è poco da sperare.
benevento.ottopagine.net
Diritto alla mobilità e allo studio spesso sono un miraggio per i cittadini del Fortore. Viabilità disastrosa, trasporto pubblico inesistente rendono difficile la frequenza delle lezioni agli studenti del comprensorio fortorino. In questi anni abbiamo assistito a soppressioni di line sic et simpliciter da parte di aziende, (meglio dell’azienda che da anni fa il bello e il cattivo tempo nel Fortore: l’Etac), e inutili sono state le proteste di amministratori, che forse troppo frettolosamente o per convenienza politica, hanno abbandonato la battaglia lasciando a piedi gli studenti.
E’ stato della linea San Bartolomeo- Campobasso. Era il 2013. L’Etac decise di sopprimere il servizio che dava la possibilità a molti studenti di frequentare gli istituti superiori del capoluogo molisano, lasciando è proprio il caso di dirlo, molte famiglie in mezzo ad una strada. Poi sempre l’Etac, dopo aver soppresso e riattivato alcune linee di collegamento interno ai comuni del Fortore ha rimodulato orari e percorsi senza essere attenta alle esigenze degli utenti.
“Un servizio che non c’è e dove esiste non serve”. Questa sembra essere stata la molla che ha fatto scattare l’indignazione di qualche genitore che ha preso carta e penna (si fa per dire) e ha scritto al responsabile del settore della Provincia, l’ingegnere Minicozzi. Il papà di due studentesse del liceo scientifico di San Bartolomeo in Galdo, sostituendosi alle istituzioni che ormai evidentemente si sono arrese alla prepotenza dell’azienda di trasporto, ha proposto la rimodulazione degli orari e del percorso che una linea, a suo dire “inutile”, venga rivista in modo da poter garantire agli alunni la frequenza scolastica.
Un papà che non si arrende e ricorda quando anche lui era studente liceale e da Baselice si recava a San Bartolomeo grazie ad una linea dedicata, proprio dall’Etac, agli studenti e ai pendolari.
“Rivedere tutti i percorsi e gli orari, darebbe la possibilità anche ai ragazzi di Castelfranco e Montefalcone di frequentare anche l’istituto professionale per il commercio di Baselice, oltre consentire ai ragazzi di Baselice la frequenza del liceo dell’istituto agrario a San Bartolomeo.
Una rimodulazione che consentirebbe contestualmente all’Etac di aumentare il numero degli abbonati” ha sottolineato il genitore che fa sapere alla Provincia che la sua protesta non si fermerà e che sarà portata in tutte le sedi istituzionali. Una denuncia, quella del cittadino baselicese, che conferma il grave disagio della mobilità interna e verso il capoluogo degli utenti fortorini. Un disagio che fa i conti ormai da troppo tempo con la sordità e i capricci dell’Etac e soprattutto delle istituzioni. “Un problema che ho rappresentato agli amministratori del nostro territori, ma finora nessuno pare abbia preso a cuore la questione”.
Delle proposte presentate alla Provincia ne è a conopscenza anche la dirigente scolastica dell’Istituto “Medi” di San Bartolomeo che ha accolto con favore l’iniziativa. Ora non resta che attendere la risposta dell’azienda di trasporto, anche se visto i precedenti c’è poco da sperare.
benevento.ottopagine.net
mercoledì 24 dicembre 2014
lunedì 22 dicembre 2014
Mancato raddoppio telesina: Il trucco c'è e si vede
La strada statale 372 è un’arteria di interesse nazionale: essa collega la Puglia con la Milano-Napoli. E’ molto trafficata, soprattutto dai mezzi pesanti provenienti dalla Puglia, ma anche da quelli provenienti dal sud-est europeo, ed è spesso soggetta, proprio per il grande volume di traffico, ad incidenti mortali.
La legge di stabilità è stata appena approvata e non ne prevede più il raddoppio. E’ importante precisare che la stessa legge non ha subito alcun dibattito in Senato, poiché è stata posta la questione di fiducia sul maxi-emendamento del governo Renzi. E’ importante precisare pure che il voto sulla fiducia preclude modifiche e ostruzionismi e che un no alla fiducia fa cadere i governi. I mass-media hanno divulgato la notizia, secondo la quale l’affossamento del raddoppio è “dovuto almeno in parte alle furenti polemiche mosse nei confronti del Governo dalle opposizioni, Movimento Cinque Stelle in primis. «Questa Legge di Stabilità è un insieme di marchette», tuonavano i senatori grillini minacciando un nuovo ostruzionismo in aula se l’esecutivo non avesse provveduto a togliere dal testo le misure tacciate di localismo”.
I casi sono due:
Effettivamente i senatori del m5s hanno considerato il raddoppio della 372 una misura localistica;
I partiti di governo hanno strumentalizzato una serie di polemiche dell’opposizione e, per convenienze elettorali, hanno eliminato dal maxi-emendamento (sottoposto alla fiducia) il raddoppio della telesina.
Nel primo caso sarebbe evidente la totale ignoranza dei senatori grillini, riguardo alle caratteristiche dell’arteria e della sua importanza, nazionale e non localistica. La verità la si trova in gran parte nel secondo punto, e ne vedremo le ragioni. In ogni caso la sostanza non cambia: Ai partiti politici interessa solo vincere le elezioni; di incidenti e di importanza strategica del raddoppio della Telesina non gliene importa un fico secco.
Nel governo Renzi abbiamo un Sottosegretario beneventano del PD: Umberto Del Basso De Caro, un Sottosegretario con competenze – guarda caso – proprio sulle Infrastrutture, dunque con importanti poteri sulla questione. Inoltre, abbiamo la beneventana De Girolamo di NCD, alleato principale del PD.
In dieci mesi il governo ha imposto di tutto, con i voti di fiducia, respingendo qualunque forma di ostruzionismo, opposizione o modifiche. Nel nostro caso pare proprio che hanno accettato di buon grado i presunti diktat grillini.
Un caso davvero bizzarro e singolare. Bastava lasciare il raddoppio nel maxi-emendamento, tanto ci sarebbe stata la fiducia. La verità è che le elezioni regionali in Campania sono vicinissime e il PD (molto più astuto della vecchia Democrazia Cristiana e ben conoscendo la categoria dell’elettore-pollo) ha messo in atto, con il solito aiuto della stampa amica, un’operazione tendente a sottrarre consensi: dal Movimento 5 Stelle a proprio favore. Questa operazione, rispetto ad assumersi il merito e la paternità del raddoppio, è stata evidentemente ritenuta più redditizia elettoralmente.
Mancato raddoppio telesina: Il trucco c'è e si vede - ViviTelese.it
venerdì 19 dicembre 2014
La Regione Abruzzo impugna lo “Sblocca Italia”: «incostituzionale»
Dopo le intenzioni arrivano gli atti ufficiali. La giunta
regionale ha approvato la delibera con cui dà mandato all'avvocatura regionale
di predisporre il ricorso alla Corte Costituzionale contro gli articoli 37 e 38
del decreto "Sblocca Italia", voluto dal governo Renzi e convertito
in legge (n.164) l'11 novembre scorso, che rischia di trasformare l'Abruzzo in
un distretto minerario per gli idrocarburi.
Nello specifico, i punti contestati, relativi alle attività
di ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, violano gli
articoli 117 (III comma) e 118 (I comma) della Costituzione, in quanto
prevedono nuovi principi per la concessione dei titoli minerari che, di fatto,
avocano al Ministero competenza esclusiva, liberandolo dall'intesa con le
regioni interessate. (Per continuare a leggere clicca qui sotto)
La Regione Abruzzo impugna lo “Sblocca Italia”: «incostituzionale» - PrimaDaNoi.it
giovedì 18 dicembre 2014
LIMINARIA: TRACCE DAL FORTORE. IL REPORT DELLA PRESENTAZIONE
di Lucia Cocca
Liminaria è ormai di casa a San Marco dei Cavoti. Non poteva mancare un appuntamento inserito nel calendario della Festa del Torrone e e del Croccantino, perché chi ha lavorato alla prima edizione potesse presentare i risultati e anticipare qualche idea per la prossima. Con il titolo “Liminaria: tracce dal Fortore”, Guido Lavorgna e Leandro Pisano (fra gli ideatori del progetto), la scrittrice e critica d’arte Isabella Pedicini, Gennaro Fontanarosa di Rural Hub e Giuseppe Ricci per Scafando hanno tratteggiato i contorni di Liminaria e approfondito il senso stesso dell’iniziativa: indagare un territorio, zone di confine, si è detto, attraverso l’universo sonoro, visivo e gustativo, la dimensione umana e culturale. Elementi indagati, raccolti e raccontati attraverso gli strumenti e linguaggi delle nuove tecnologie.
L’incontro si è svolto sabato 13 dicembre presso la sala convegni di Palazzo Colarusso ed è stata un’occasione per presentare anche il documentario video a cura di Antonello Carbone e l’audiostoria “Lupus@Agnus” realizzata da Isabella Pedicini e Raffaele Mariconte.
In occasione dell’edizione 2015 del progetto, saranno coinvolti anche il Comune di Baselice (a rappresentarlo c’era l’assessore Rocco Paolozza) ed il mondo della scuola fortorina, a rappresentare il quale erano presenti in sala le classi quarte del Liceo Classico e dell’Istituto Tecnico ed Economico sammarchesi. Presente anche il vicesindaco di Molinara Lucilla Cirocco, che insieme al Comune di San Marco dei Cavoti ha supportato la prima edizione del progetto.
“Liminaria 2015 non può prescindere da chi già nel 2014 ha dato il proprio sostegno” ha dichiarato in apertura Guido Lavorgna. Fra questi, il sindaco del paese ospitante, Gianni Rossi, che a giugno, mentre Liminaria andava realizzandosi, era stato da poco eletto, dunque in debito di tempo per addentrarsi nell’idea alla base del progetto e che ha avuto poi modo di “recuperare” in questi mesi “studiando”, come ha dichiarato, l’archivio video di Liminaria presente sul web.
Da quei video, il sindaco è partito per avvicinarsi allo spirito del progetto, dimostrando di averne apprezzato il risultato quando ha descritto le sensazioni avvertite nel guardarli. Fra gli altri stakeholders che a giugno scorso hanno appoggiato l’esperimento di Liminaria, anche il presidente della Banca di Credito Cooperativo di San Marco dei Cavoti e del Sannio Calvi, Luigi Zollo. Lavorgna ha sottolineato il ruolo fondamentale della BCC, con la sua capacità di farsi carico “di un’operazione di investimento non solo economico”.
Zollo ha esordito ricordando che “non è stato facile all’inizio comprendere un’operazione innovativa come quella di Liminaria”. “Ma oggi”, ha proseguito il presidente della BCC, “mi pare però di capire che si tratta di un progetto capace di tirar fuori tutto quanto questo territorio può offrire”, comunicando poi la sua disponibilità a sottoporre al CdA della BCC un sostegno alle iniziative future collegate a Liminaria.
Fra i relatori della giornata anche Gennaro Fontanarosa di Rural Hub, che ha spiegato il lavoro svolto durante la settimana di giugno, in particolare nel corso del workshop “Liminaria Experience”, attraverso i social network, adoperati, ha detto “per stimolare la rete e fare in modo che la comunicazione legata alle attività di Liminaria risultasse efficace anche al di fuori dell’esperienza del workshop”.
“All’inizio – ha spiegato Fontanarosa – abbiamo faticato un po’, ma in seguito abbiamo potuto verificare che quando sulla rete si parla di aree interne, una traccia nei social network su cinque si riferisce al territorio del Fortore.” Con un pizzico di soddisfazione”, ha aggiunto, “siamo stati ritwittati anche dallo staff dell’ex ministro Barca al lavoro sui progetti per le aree interne”.
Le considerazioni sul lavoro di scrittura realizzato nel corso di Liminaria 2014 sono state invece oggetto dell’intervento della scrittrice Isabella Pedicini che, nella prima edizione, insieme a Raffaele Mariconte e con l’aiuto di un gruppo di giovanissime sammarchesi, ha raccontato le memorie storiche del paese. L’obiettivo di questo intervento era quello di catalogare, tramite il laboratorio “Lupus@Agnus”, le filastrocche, le fiabe e i ricordi degli anziani del luogo “per creare”, ha detto la Pedicini”, una mappatura dell’immaginario delle persone di questo territorio”.
Al resoconto di Liminaria 2014 ha contribuito anche Giuseppe Ricci, rappresentante di Scafando, vera e propria “costola” sammarchese del gruppo di lavoro di Liminaria. “L’obiettivo”, ha spiegato Ricci, “è che Liminaria possa servire a rafforzare la promozione del territorio che stiamo provando a realizzare con il portale turistico di Scafando, partendo da San Marco, ed includendo progressivamente tutto il territorio del Fortore”.
E Liminaria 2015 può diventare un acceleratore di questo processo, come ha spiegato nell’intervento conclusivo Leandro Pisano, se riuscirà quello che è l’obiettivo prossimo del progetto: coinvolgere un altro pezzo di Fortore, attraverso la partecipazione della comunità di Baselice, ma anche altre di componenti importanti del territorio, come quella scolastica.
Sul lavoro da affrontare con gli studenti, il percorso tracciato è quello di un ripensamento delle attività scolastiche per lavorare in maniera innovativa sulla conoscenza delle nuove tecnologie. Come? “Fornendo ai più giovani gli strumenti critici necessari per dominarle e non esserne passivi fruitori”, hanno concluso i curatori dell’iniziativa.
Sulla strada da intraprendere, si comincerà a ragionare subito dopo le festività natalizie, ma lo schema già indicato è quello di un lavoro ad ampio raggio, attraverso una serie di appuntamenti distribuiti durante il periodo che intercorre tra l’inizio dell’anno nuovo e l’evento estivo, che si svolgerà tra il 1 ed il 6 giugno 2015.
La chiusura dell’incontro è stata dedicata proprio ad una serie di anticipazioni sulla settimana di giugno, che confermerà la formula già sperimentata lo scorso anno, e cioè una residenza artistica e il workshop di racconto transmediale del territorio, con la collaborazione di Interferenze New Arts Festival, Tabula Rasa Eventi, Rural Hub e Scafando.
Sicura, per l’anno prossimo, almeno una collaborazione internazionale, quella che vedrà protagonista Alejandro Cornejo Montibeller, artista sonoro in residenza, che nell’ambito del progetto “Conexion Rural: Soundscape Sur/Peru Sud Italia/Italia” realizzerà una indagine comparativa dei paesaggi sonori del Sud del Perù e dell’Italia Meridionale (fra l’Abruzzo e il Fortore).
www.liminaria.org
Liminaria è ormai di casa a San Marco dei Cavoti. Non poteva mancare un appuntamento inserito nel calendario della Festa del Torrone e e del Croccantino, perché chi ha lavorato alla prima edizione potesse presentare i risultati e anticipare qualche idea per la prossima. Con il titolo “Liminaria: tracce dal Fortore”, Guido Lavorgna e Leandro Pisano (fra gli ideatori del progetto), la scrittrice e critica d’arte Isabella Pedicini, Gennaro Fontanarosa di Rural Hub e Giuseppe Ricci per Scafando hanno tratteggiato i contorni di Liminaria e approfondito il senso stesso dell’iniziativa: indagare un territorio, zone di confine, si è detto, attraverso l’universo sonoro, visivo e gustativo, la dimensione umana e culturale. Elementi indagati, raccolti e raccontati attraverso gli strumenti e linguaggi delle nuove tecnologie.
L’incontro si è svolto sabato 13 dicembre presso la sala convegni di Palazzo Colarusso ed è stata un’occasione per presentare anche il documentario video a cura di Antonello Carbone e l’audiostoria “Lupus@Agnus” realizzata da Isabella Pedicini e Raffaele Mariconte.
In occasione dell’edizione 2015 del progetto, saranno coinvolti anche il Comune di Baselice (a rappresentarlo c’era l’assessore Rocco Paolozza) ed il mondo della scuola fortorina, a rappresentare il quale erano presenti in sala le classi quarte del Liceo Classico e dell’Istituto Tecnico ed Economico sammarchesi. Presente anche il vicesindaco di Molinara Lucilla Cirocco, che insieme al Comune di San Marco dei Cavoti ha supportato la prima edizione del progetto.
“Liminaria 2015 non può prescindere da chi già nel 2014 ha dato il proprio sostegno” ha dichiarato in apertura Guido Lavorgna. Fra questi, il sindaco del paese ospitante, Gianni Rossi, che a giugno, mentre Liminaria andava realizzandosi, era stato da poco eletto, dunque in debito di tempo per addentrarsi nell’idea alla base del progetto e che ha avuto poi modo di “recuperare” in questi mesi “studiando”, come ha dichiarato, l’archivio video di Liminaria presente sul web.
Da quei video, il sindaco è partito per avvicinarsi allo spirito del progetto, dimostrando di averne apprezzato il risultato quando ha descritto le sensazioni avvertite nel guardarli. Fra gli altri stakeholders che a giugno scorso hanno appoggiato l’esperimento di Liminaria, anche il presidente della Banca di Credito Cooperativo di San Marco dei Cavoti e del Sannio Calvi, Luigi Zollo. Lavorgna ha sottolineato il ruolo fondamentale della BCC, con la sua capacità di farsi carico “di un’operazione di investimento non solo economico”.
Zollo ha esordito ricordando che “non è stato facile all’inizio comprendere un’operazione innovativa come quella di Liminaria”. “Ma oggi”, ha proseguito il presidente della BCC, “mi pare però di capire che si tratta di un progetto capace di tirar fuori tutto quanto questo territorio può offrire”, comunicando poi la sua disponibilità a sottoporre al CdA della BCC un sostegno alle iniziative future collegate a Liminaria.
Fra i relatori della giornata anche Gennaro Fontanarosa di Rural Hub, che ha spiegato il lavoro svolto durante la settimana di giugno, in particolare nel corso del workshop “Liminaria Experience”, attraverso i social network, adoperati, ha detto “per stimolare la rete e fare in modo che la comunicazione legata alle attività di Liminaria risultasse efficace anche al di fuori dell’esperienza del workshop”.
“All’inizio – ha spiegato Fontanarosa – abbiamo faticato un po’, ma in seguito abbiamo potuto verificare che quando sulla rete si parla di aree interne, una traccia nei social network su cinque si riferisce al territorio del Fortore.” Con un pizzico di soddisfazione”, ha aggiunto, “siamo stati ritwittati anche dallo staff dell’ex ministro Barca al lavoro sui progetti per le aree interne”.
Le considerazioni sul lavoro di scrittura realizzato nel corso di Liminaria 2014 sono state invece oggetto dell’intervento della scrittrice Isabella Pedicini che, nella prima edizione, insieme a Raffaele Mariconte e con l’aiuto di un gruppo di giovanissime sammarchesi, ha raccontato le memorie storiche del paese. L’obiettivo di questo intervento era quello di catalogare, tramite il laboratorio “Lupus@Agnus”, le filastrocche, le fiabe e i ricordi degli anziani del luogo “per creare”, ha detto la Pedicini”, una mappatura dell’immaginario delle persone di questo territorio”.
Al resoconto di Liminaria 2014 ha contribuito anche Giuseppe Ricci, rappresentante di Scafando, vera e propria “costola” sammarchese del gruppo di lavoro di Liminaria. “L’obiettivo”, ha spiegato Ricci, “è che Liminaria possa servire a rafforzare la promozione del territorio che stiamo provando a realizzare con il portale turistico di Scafando, partendo da San Marco, ed includendo progressivamente tutto il territorio del Fortore”.
E Liminaria 2015 può diventare un acceleratore di questo processo, come ha spiegato nell’intervento conclusivo Leandro Pisano, se riuscirà quello che è l’obiettivo prossimo del progetto: coinvolgere un altro pezzo di Fortore, attraverso la partecipazione della comunità di Baselice, ma anche altre di componenti importanti del territorio, come quella scolastica.
Sul lavoro da affrontare con gli studenti, il percorso tracciato è quello di un ripensamento delle attività scolastiche per lavorare in maniera innovativa sulla conoscenza delle nuove tecnologie. Come? “Fornendo ai più giovani gli strumenti critici necessari per dominarle e non esserne passivi fruitori”, hanno concluso i curatori dell’iniziativa.
Sulla strada da intraprendere, si comincerà a ragionare subito dopo le festività natalizie, ma lo schema già indicato è quello di un lavoro ad ampio raggio, attraverso una serie di appuntamenti distribuiti durante il periodo che intercorre tra l’inizio dell’anno nuovo e l’evento estivo, che si svolgerà tra il 1 ed il 6 giugno 2015.
La chiusura dell’incontro è stata dedicata proprio ad una serie di anticipazioni sulla settimana di giugno, che confermerà la formula già sperimentata lo scorso anno, e cioè una residenza artistica e il workshop di racconto transmediale del territorio, con la collaborazione di Interferenze New Arts Festival, Tabula Rasa Eventi, Rural Hub e Scafando.
Sicura, per l’anno prossimo, almeno una collaborazione internazionale, quella che vedrà protagonista Alejandro Cornejo Montibeller, artista sonoro in residenza, che nell’ambito del progetto “Conexion Rural: Soundscape Sur/Peru Sud Italia/Italia” realizzerà una indagine comparativa dei paesaggi sonori del Sud del Perù e dell’Italia Meridionale (fra l’Abruzzo e il Fortore).
www.liminaria.org
mercoledì 17 dicembre 2014
lunedì 15 dicembre 2014
Articolo 18 del 1300, seminario alla sede della presidenza della Regione Molise
Mentre le organizzazioni sindacali scendevano in piazza per difendere il lavoro e i lavoratori contro il Jobs Act del governo Renzi, l’amministrazione comunale di San Bartolomeo in Galdo era a Campobasso, nella sede della presidenza della Regione Molise, a parlare dell’articolo 69, antenato dell’attuale articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970. Il sindaco Marcasciano e il suo vice, Lina Fiorilli, infatti hanno partecipato insieme ad altri esponenti della giunta e al parroco don Francesco Iampietro, al seminario promosso unitamente alla Regione Molise: Il licenziamento privo di giusta causa tra storia e attualità.
Una riflessione sull’atto fondativo del comune di San Bartolomeo risalente al 1300. Uno atto di fondazione e di organizzazione della prima comunità fortorina che “non trattava esclusivamente la ripartizione patrimoniale delle terre e dei beni dell’abbazia di Santa Maria del Gualdo a Mazzocca (oggi santuario dedicato a al suo fondatore San Giovanni eremita da Tufara), ma si occupò di regolare i rapporti all’interno della comunità, mettendo al centro al dignità delle donne e degli uomini che abitavano quei luoghi” - come ha affermato il primo cittadino Gianfranco Marcasciano nel suo intervento parlando Statuto.
“Un atto che ha aperto la strada all’organizzazione giuridica attuale. Un documento di grande valore civile e culturale. Una scoperta storica – ha continuato Marcasciano – che ridà dignità ad un popolo, quello del Fortore, che ha pagato e continua pagare pegno al mancato sviluppo degli ultimi 50 anni. Nel dopo guerra San Bartolomeo contava circa 13mila abitanti. La popolazione attuale è diminuita del 60% circa. Grazie ai due abati molisani il Fortore è stato un centro propulsivo di civiltà, cultura e sviluppo. Dai due abati molisani, Nicola da Ferrazzano prima e Nicola da Cerce poi, - ha concluso - una lezione di democrazia grazie al pensiero cristiano. Un pensiero che oggi rischia di scomparire perché la grande finanza e gli interessi di pochi stanno escludendo la centralità dell’uomo della vita sociale. Il lavoro, riconosciuto dalla Costituzione come fondante della dignità dei cittadini e dello Stato, sta diventando una merce di scambio, solo un valore economico”.
Stesso pensiero di Michele Pietraroia. Il vice presidente della Regione Molise ha sottolineato come” la battaglia sul lavoro, prima che politica, è culturale. Una questione di stretta attualità con radici nel passato ben salde, riguardando allo Statuto degli abati molisani. Un discorso che merita di essere approfondito anche in chiave scientifica e culturale perché attiene alla dignità di ogni essere umano che non può essere discriminato nei suoi diritti fondamentali. La giusta causa nel licenziamento di un lavoratore è proprio di uno Stato di Diritto così come previsto sette secoli fa nell’elaborazione del pensiero cristiano”.
Un convegno al quale hanno dato il loro contributo la professoressa Luisa Corazza dell’Università del Molise, e il professore Franco Focareta dell’Università di Bologna e monsignor Giancarlo Maria Bregantini arcivescovo di Campobasso. Tra gli interventi da registrare quello di Gino Di Renzo, rappresentante dell’associazione Pellegrini di San Giovanni eremita che ha voluto sottolineare l’importanza della figura del santo molisano e dei forti legami con il fortore Campano nati proprio grazie all’eremita di Tufara.
tratto dal quotidiano Ottopagine
Una riflessione sull’atto fondativo del comune di San Bartolomeo risalente al 1300. Uno atto di fondazione e di organizzazione della prima comunità fortorina che “non trattava esclusivamente la ripartizione patrimoniale delle terre e dei beni dell’abbazia di Santa Maria del Gualdo a Mazzocca (oggi santuario dedicato a al suo fondatore San Giovanni eremita da Tufara), ma si occupò di regolare i rapporti all’interno della comunità, mettendo al centro al dignità delle donne e degli uomini che abitavano quei luoghi” - come ha affermato il primo cittadino Gianfranco Marcasciano nel suo intervento parlando Statuto.
“Un atto che ha aperto la strada all’organizzazione giuridica attuale. Un documento di grande valore civile e culturale. Una scoperta storica – ha continuato Marcasciano – che ridà dignità ad un popolo, quello del Fortore, che ha pagato e continua pagare pegno al mancato sviluppo degli ultimi 50 anni. Nel dopo guerra San Bartolomeo contava circa 13mila abitanti. La popolazione attuale è diminuita del 60% circa. Grazie ai due abati molisani il Fortore è stato un centro propulsivo di civiltà, cultura e sviluppo. Dai due abati molisani, Nicola da Ferrazzano prima e Nicola da Cerce poi, - ha concluso - una lezione di democrazia grazie al pensiero cristiano. Un pensiero che oggi rischia di scomparire perché la grande finanza e gli interessi di pochi stanno escludendo la centralità dell’uomo della vita sociale. Il lavoro, riconosciuto dalla Costituzione come fondante della dignità dei cittadini e dello Stato, sta diventando una merce di scambio, solo un valore economico”.
Stesso pensiero di Michele Pietraroia. Il vice presidente della Regione Molise ha sottolineato come” la battaglia sul lavoro, prima che politica, è culturale. Una questione di stretta attualità con radici nel passato ben salde, riguardando allo Statuto degli abati molisani. Un discorso che merita di essere approfondito anche in chiave scientifica e culturale perché attiene alla dignità di ogni essere umano che non può essere discriminato nei suoi diritti fondamentali. La giusta causa nel licenziamento di un lavoratore è proprio di uno Stato di Diritto così come previsto sette secoli fa nell’elaborazione del pensiero cristiano”.
Un convegno al quale hanno dato il loro contributo la professoressa Luisa Corazza dell’Università del Molise, e il professore Franco Focareta dell’Università di Bologna e monsignor Giancarlo Maria Bregantini arcivescovo di Campobasso. Tra gli interventi da registrare quello di Gino Di Renzo, rappresentante dell’associazione Pellegrini di San Giovanni eremita che ha voluto sottolineare l’importanza della figura del santo molisano e dei forti legami con il fortore Campano nati proprio grazie all’eremita di Tufara.
tratto dal quotidiano Ottopagine
giovedì 11 dicembre 2014
Il brigante Secola, nella bibliografia della storia del Risorgimento dei meridionalisti
“Il brigante Secola–La sanguinosa rivolta nel Fortore post-unitario” entra di diritto nella bibliografia della vera storia del Risorgimento. Il libro del baselicese Antonio Bianco contribuirà insieme a tanti altri titoli a riscrivere le pagine di storia relative all’Unità d’Italia. Il lavoro del giornalista fortorino racconta la storia “di un brigante per caso, muratore del Fortore”.
Le vicende di “un uomo che, come tanti, viene travolto dagli eventi, ma sono gli uomini come Secola i veri protagonisti della storia. La grande storia, quella raccontata dai vincitori, sovrasta e dimentica le ragioni dei vinti; per questo molto ancora andrebbe indagato, per capire le ragioni e le vicende di cui ancora oggi subiamo le conseguenze”. La storia del brigantaggio attraverso le gesta e le azioni di un muratore che provò a ribellarsi al nuovo oppressore, i piemontesi in questo caso. La reazione di chi si sentì tradito dalle promesse del liberatore, Garibaldi, e decise di riprendersi ciò che gli era stato tolto.
Un libro che racconta la storia dei vinti e che ha attirato su di sé le simpatie dei “meridionalisti” e dei cosiddetti briganti del web. “Il brigante Secola – La sanguinosa rivolta nel Fortore post-unitario” è stato inserito nell’elenco dei testi che raccontano il Risorgimento dal punto di vista delle popolazioni del Sud che subirono l’invasione dei Savoia. Un gruppo che è presente sul social network più frequentato, Facebook, e che si chiama appunto “Briganti”. Una pagina seguita da circa 180mila utenti del famoso social. Nell’elenco ci sono anche molti testi storici che fanno riferimenti storici e raccontano l’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine)
Le vicende di “un uomo che, come tanti, viene travolto dagli eventi, ma sono gli uomini come Secola i veri protagonisti della storia. La grande storia, quella raccontata dai vincitori, sovrasta e dimentica le ragioni dei vinti; per questo molto ancora andrebbe indagato, per capire le ragioni e le vicende di cui ancora oggi subiamo le conseguenze”. La storia del brigantaggio attraverso le gesta e le azioni di un muratore che provò a ribellarsi al nuovo oppressore, i piemontesi in questo caso. La reazione di chi si sentì tradito dalle promesse del liberatore, Garibaldi, e decise di riprendersi ciò che gli era stato tolto.
Un libro che racconta la storia dei vinti e che ha attirato su di sé le simpatie dei “meridionalisti” e dei cosiddetti briganti del web. “Il brigante Secola – La sanguinosa rivolta nel Fortore post-unitario” è stato inserito nell’elenco dei testi che raccontano il Risorgimento dal punto di vista delle popolazioni del Sud che subirono l’invasione dei Savoia. Un gruppo che è presente sul social network più frequentato, Facebook, e che si chiama appunto “Briganti”. Una pagina seguita da circa 180mila utenti del famoso social. Nell’elenco ci sono anche molti testi storici che fanno riferimenti storici e raccontano l’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine)
mercoledì 10 dicembre 2014
“Petrolio, fermate questo scempio ambientale”
“Bisogna evitare questo disastro che uccide i nostri territori” ha affermato l’avvocato Antonio Romano, uno dei maggiori esponenti della protesta contro le estrazioni petrolifere in Basilicata, definendo i protagonisti di questo scempio dei “terroristi”.
“No Triv Sannio” e “Mo’ Basta Basilicata”, nell’incontro informativo promosso dall’ArciSbig a San Bartolomeo in Galdo, hanno spiegato alla platea i motivi del loro “no categorico” alle trivellazioni Nel Sannio e nell’Irpinia. L’avvocato Romano ha portato la testimonianza di una terra devastata, quelle della Val D’Agri e del Val Basento, a causa dei pozzi petroliferi che ormai da più di vent’anni estraggono l’oro nero.
“Oro che non ha arricchito la nostra regione, la Basilicata” ha detto Romano “la Lucania dovrebbe essere la regione più ricca d’Italia. Negli anni ‘60 Enrico Mattei aveva annunciato: richiamate i vostri mariti e i vostri padri. Oggi sono partiti i figli e anche i nipoti. I politici ci hanno mentito in questi anni e continuano a mentirci. Ci costringono ad andare via per fare i loro affari.”.
Un attacco durissimo alle istituzioni, soprattutto alle Regioni sul decreto Sblocca Italia. “Hanno l’obbligo giuridico di opporsi all’articolo 38 che è incostituzionale. Perché – ha continuato - un governo tiranno gli sta togliendo la possibilità di decidere su cosa accade in casa loro. Un provvedimento che contrasta con il capitolo V della Costituzione. La scelta del governo Renzi toglie la possibilità ai territori di decidere del loro futuro. In Val D’Agri si muore di tumori. I centri Oil come quello esistente in Basilicata in altri Paesi sono vietati”. L’esponete del movimento “Mo Basta” della Lucania, nel concludere il suo intervento ha lanciato un appello al Sannio e all’Irpinia: “No categorico alle estrazioni petrolifere”.
L’intervento dell’avvocato Romano è stato preceduto da quelli di Nicola Savoia e Vincenzo Amato del coordinamento “No Triv Sannio”. Savoia ha presentato il documentario “Oro Vero – Resistenze contadine alla devastazione del territorio”. Un video di Daniele Di Stefano, Giuseppe Orlandini e Roberto De Filippo che racconta le eccellenze e le bellezze dell’Irpinia messe a rischio dell’arrivo delle trivelle. “Stiamo assistendo ad un attacco dei territori – hanno spiegato i rappresentanti del movimento sannita contro le trivelle - messo in atto dalla potenza dei petrolieri. L’accelerazione da parte del governo sui progetti di ricerca di idrocarburi mette a rischio i nostri territori a causa dell’inquinamento rendendoli invivibili. Così si rischia di finire in balia della multinazionali che si arricchiscono con l’oro nero”.
Per i “No Triv” è necessario non abbassare la guardia e “incalzare le amministrazioni affinché si oppongano con tutti i mezzi che la normativa mette loro a disposizione”. E anche in questo caso non sono mancate stoccate a sindaci e amministratori locali sui ritardi e sulle modalità con le quali sono intervenuti per bloccare i progetti i progetti di ricerca di idrocarburi. Un incontro nel quale sono stati sviscerati, soprattutto dal punto di vista scientifico, tutte le criticità e le problematiche relative alle estrazioni petrolifere sui territori irpini e sanniti. Una realtà che da qui a qualche mese potrebbe “devastare i nostri territori a causa delle trivellazioni che sono processo industriale altamente impattante per le aree interessate. Una devastazione con costi ambientali altissimi, che arricchirebbe solamente le società estrattive, senza nessun beneficio per le comunità che ospitano i pozzi”. Insomma – come ha sottolineato un cittadino presente all’incontro – guadagno privato, danno pubblico.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine)
“No Triv Sannio” e “Mo’ Basta Basilicata”, nell’incontro informativo promosso dall’ArciSbig a San Bartolomeo in Galdo, hanno spiegato alla platea i motivi del loro “no categorico” alle trivellazioni Nel Sannio e nell’Irpinia. L’avvocato Romano ha portato la testimonianza di una terra devastata, quelle della Val D’Agri e del Val Basento, a causa dei pozzi petroliferi che ormai da più di vent’anni estraggono l’oro nero.
“Oro che non ha arricchito la nostra regione, la Basilicata” ha detto Romano “la Lucania dovrebbe essere la regione più ricca d’Italia. Negli anni ‘60 Enrico Mattei aveva annunciato: richiamate i vostri mariti e i vostri padri. Oggi sono partiti i figli e anche i nipoti. I politici ci hanno mentito in questi anni e continuano a mentirci. Ci costringono ad andare via per fare i loro affari.”.
Un attacco durissimo alle istituzioni, soprattutto alle Regioni sul decreto Sblocca Italia. “Hanno l’obbligo giuridico di opporsi all’articolo 38 che è incostituzionale. Perché – ha continuato - un governo tiranno gli sta togliendo la possibilità di decidere su cosa accade in casa loro. Un provvedimento che contrasta con il capitolo V della Costituzione. La scelta del governo Renzi toglie la possibilità ai territori di decidere del loro futuro. In Val D’Agri si muore di tumori. I centri Oil come quello esistente in Basilicata in altri Paesi sono vietati”. L’esponete del movimento “Mo Basta” della Lucania, nel concludere il suo intervento ha lanciato un appello al Sannio e all’Irpinia: “No categorico alle estrazioni petrolifere”.
L’intervento dell’avvocato Romano è stato preceduto da quelli di Nicola Savoia e Vincenzo Amato del coordinamento “No Triv Sannio”. Savoia ha presentato il documentario “Oro Vero – Resistenze contadine alla devastazione del territorio”. Un video di Daniele Di Stefano, Giuseppe Orlandini e Roberto De Filippo che racconta le eccellenze e le bellezze dell’Irpinia messe a rischio dell’arrivo delle trivelle. “Stiamo assistendo ad un attacco dei territori – hanno spiegato i rappresentanti del movimento sannita contro le trivelle - messo in atto dalla potenza dei petrolieri. L’accelerazione da parte del governo sui progetti di ricerca di idrocarburi mette a rischio i nostri territori a causa dell’inquinamento rendendoli invivibili. Così si rischia di finire in balia della multinazionali che si arricchiscono con l’oro nero”.
Per i “No Triv” è necessario non abbassare la guardia e “incalzare le amministrazioni affinché si oppongano con tutti i mezzi che la normativa mette loro a disposizione”. E anche in questo caso non sono mancate stoccate a sindaci e amministratori locali sui ritardi e sulle modalità con le quali sono intervenuti per bloccare i progetti i progetti di ricerca di idrocarburi. Un incontro nel quale sono stati sviscerati, soprattutto dal punto di vista scientifico, tutte le criticità e le problematiche relative alle estrazioni petrolifere sui territori irpini e sanniti. Una realtà che da qui a qualche mese potrebbe “devastare i nostri territori a causa delle trivellazioni che sono processo industriale altamente impattante per le aree interessate. Una devastazione con costi ambientali altissimi, che arricchirebbe solamente le società estrattive, senza nessun beneficio per le comunità che ospitano i pozzi”. Insomma – come ha sottolineato un cittadino presente all’incontro – guadagno privato, danno pubblico.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine)
lunedì 8 dicembre 2014
L’articolo 18 “medievale”. Seminario sullo Statuto del 1331
Lo statuto dei lavoratori redatto sette secoli fa nel Fortore sarà oggetto di un seminario scientifico promosso dalla Regione Molise e al quale parteciperà anche il comune di San Bartolomeo in Galdo e le Università di Bologna e del Molise. Ad annunciarlo è il vice presidente della giunta regionale molisana, Michele Pietraroia, che nelle scorse settimane, affrontando il tema del riforma del lavoro che in queste ore è al vaglio del Parlamento, aveva portato agli onori della cronaca la vicenda dello statuto che regolava i rapporti all’interno della prima comunità di San Bartolomeo in Galdo, nata intorno al 1300 per volere dell’abate Nicola da Ferrazzano, e nel quale era riportata una clausola che vietava il licenziamento senza giusta causa.
L’esponente molisano della sinistra Pd in una nota sottolinea come “la materia di stretta attualità merita di essere esaminata anche in chiave scientifica e culturale perché attiene alla dignità di ogni essere umano che non può essere discriminato nei suoi diritti fondamentali. La giusta causa nel licenziamento di un lavoratore presuppone uno Stato di Diritto che tutale ogni persona”. Ed è per questo che, secondo Pietraoia, “è necessario approfondire le ricerche storiche presso gli archivi del Muse dei beni Culturali di Napoli”.
Un approfondimento essenziale perché “la questione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori approvata nel 1970 travalica l’ambito giuslavorista e segna la distinzione tra la società dell’arbitrio fondata sulla legge del più forte ed un contesto sociale in cui la libertà di ogni individuo viene tutelata concretamente a partire dal diritto di non essere licenziato senza giusta causa esattamente come venne definito nell’Abbazia di Santa Maria del Gualdo (Foiano di Valfortore) nel 1331, in occasione della fondazione di San Bartolomeo in Galdo, con una proposta di statuto comunale approvata dal Re Roberto D’Angiò”.
Il seminario che servirà ad approfondire ciò che due abati molisani, erede dell’eremita Giovanni da Tufara, venerato nel santuario di Mazzocca, scrissero 7 secoli prima riguardo al divieto di licenziamento senza giusta causa, è previsto per il 12 dicembre prossimo. all’appuntamento saranno presenti oltre ai docenti delle Università di Bologna e Campobasso, anche gli esponenti regionali delle organizzazioni sindacali, l’arcivescovo di Campobasso, Giancarlo Maria Bregantini oltre naturalmente al comune di San Bartolomeo in Galdo.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine/Benevento)
L’esponente molisano della sinistra Pd in una nota sottolinea come “la materia di stretta attualità merita di essere esaminata anche in chiave scientifica e culturale perché attiene alla dignità di ogni essere umano che non può essere discriminato nei suoi diritti fondamentali. La giusta causa nel licenziamento di un lavoratore presuppone uno Stato di Diritto che tutale ogni persona”. Ed è per questo che, secondo Pietraoia, “è necessario approfondire le ricerche storiche presso gli archivi del Muse dei beni Culturali di Napoli”.
Un approfondimento essenziale perché “la questione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori approvata nel 1970 travalica l’ambito giuslavorista e segna la distinzione tra la società dell’arbitrio fondata sulla legge del più forte ed un contesto sociale in cui la libertà di ogni individuo viene tutelata concretamente a partire dal diritto di non essere licenziato senza giusta causa esattamente come venne definito nell’Abbazia di Santa Maria del Gualdo (Foiano di Valfortore) nel 1331, in occasione della fondazione di San Bartolomeo in Galdo, con una proposta di statuto comunale approvata dal Re Roberto D’Angiò”.
Il seminario che servirà ad approfondire ciò che due abati molisani, erede dell’eremita Giovanni da Tufara, venerato nel santuario di Mazzocca, scrissero 7 secoli prima riguardo al divieto di licenziamento senza giusta causa, è previsto per il 12 dicembre prossimo. all’appuntamento saranno presenti oltre ai docenti delle Università di Bologna e Campobasso, anche gli esponenti regionali delle organizzazioni sindacali, l’arcivescovo di Campobasso, Giancarlo Maria Bregantini oltre naturalmente al comune di San Bartolomeo in Galdo.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine/Benevento)
venerdì 5 dicembre 2014
Fortorina, sì alla proposta Addabbo per il completamento fino a San Bartolomeo
Fortorina. C’è una nuova iniziativa del comune di Molinara. L’idea parte ancora una volta dal sindaco Giuseppe Addabbo che fin dal primo giorno del suo insediamento ha provato a mettere intorno ad un tavolo tutti gli amministratori del comprensorio, per rilanciare con forza la realizzazione della strada Fortorina, intesa come tracciato che accorciasse i tempi di percorrenza e migliorasse il collegamento tra San Marco dei Cavoti e San Bartolomeo in Galdo.
Lo ha fatto nel 2012, quando promosse l’istituzione di un comitato dei sindaci per dar forza allo studio di fattibilità del geologo Eliseo Ziccardi, che prevede un passante di valico tra San marco e Foiano, lo ha fatto oggi, portando in consiglio comunale una proposta di delibera che mira al “completamento della Fortorina attraverso il vecchio tracciato originario, addirittura visibile su un documento del Touring Club, l’Atlante Stradale d’Italia, edito nel 1998”. Un’iniziativa che il comune di Molinara vuole condividere con tutti comuni del Fortore.
“Un tracciato – ha detto il primo cittadino -, che da San Marco dei Cavoti, dove oggi arriva la Fortorina, dovrebbe scendere e toccare il comune di Molinara in quella che oggi è l’area industriale Pip, tra Molinara e San Marco dei Cavoti, e proseguire verso i comuni della Val Fortore attraverso la località Perozzolo. La nostra iniziativa – ha continuato – mira a dare una centralità ai paesi del Fortore e soprattutto a San Bartolomeo in Galdo, che oltre ad essere il comune più grande dell’area, è quello che collega la provincia di Benevento con la provincia di Foggia. Inoltre chiediamo all’Anas di coinvolgere nelle decisioni i comuni dell’Area interessata che sono i veri protagonisti delle scelte da compiersi”.
Una proposta che è stata accolta con favore dal consiglio e che ha dato mandato al sindaco di intraprendere tutte le azioni per avviare un confronto serio con i colleghi fortorini (...).
(tratto dal quotidiano Ottopagine del 2 dicembre)
Lo ha fatto nel 2012, quando promosse l’istituzione di un comitato dei sindaci per dar forza allo studio di fattibilità del geologo Eliseo Ziccardi, che prevede un passante di valico tra San marco e Foiano, lo ha fatto oggi, portando in consiglio comunale una proposta di delibera che mira al “completamento della Fortorina attraverso il vecchio tracciato originario, addirittura visibile su un documento del Touring Club, l’Atlante Stradale d’Italia, edito nel 1998”. Un’iniziativa che il comune di Molinara vuole condividere con tutti comuni del Fortore.
“Un tracciato – ha detto il primo cittadino -, che da San Marco dei Cavoti, dove oggi arriva la Fortorina, dovrebbe scendere e toccare il comune di Molinara in quella che oggi è l’area industriale Pip, tra Molinara e San Marco dei Cavoti, e proseguire verso i comuni della Val Fortore attraverso la località Perozzolo. La nostra iniziativa – ha continuato – mira a dare una centralità ai paesi del Fortore e soprattutto a San Bartolomeo in Galdo, che oltre ad essere il comune più grande dell’area, è quello che collega la provincia di Benevento con la provincia di Foggia. Inoltre chiediamo all’Anas di coinvolgere nelle decisioni i comuni dell’Area interessata che sono i veri protagonisti delle scelte da compiersi”.
Una proposta che è stata accolta con favore dal consiglio e che ha dato mandato al sindaco di intraprendere tutte le azioni per avviare un confronto serio con i colleghi fortorini (...).
(tratto dal quotidiano Ottopagine del 2 dicembre)
giovedì 4 dicembre 2014
I fossili di Baselice al museo di Paleontologia di Napoli
La nostra terra ha una storia geologica estremamente ricca. Tanti sono i fossili ritrovati sul nostro territorio. Alcuni sono famosissimi come lo Scipionyx samniticus, ad oggi l'unico scheletro fossile rinvenuto che appartiene ad un esemplare giovane con preservate in eccezionale stato conservazione parti di tessuti molli ed organi interni; il reperto è stato soprannominato "Ciro" ed è stato trovato a Pietraroja (BN).
Molti sono i reperti che il nostro territorio ci ha regalato, alcuni dei quali sono conservati nel Museo di Paleontologia di Napoli a San Marcellino. Ve ne proponiamo alcuni provenienti da Castellammare di Stabia, Somma Vesuviana, Catanzaro, Giffoni Valle Piana, Messina, Baselice, Lecce, Viggiano. (FDP)
Fonte: facebook gruppo briganti
Molti sono i reperti che il nostro territorio ci ha regalato, alcuni dei quali sono conservati nel Museo di Paleontologia di Napoli a San Marcellino. Ve ne proponiamo alcuni provenienti da Castellammare di Stabia, Somma Vesuviana, Catanzaro, Giffoni Valle Piana, Messina, Baselice, Lecce, Viggiano. (FDP)
Fonte: facebook gruppo briganti
mercoledì 3 dicembre 2014
San Bartolomeo e il divieto di giocare a calcio in piazza
Postiamo un articolo pubblicato dalla testata online ntr24tv che sicuramente farà discutere. Buona lettura!
San Bartolomeo in Galdo, ordinanza contro i ragazzini: 'No a partite di calcio in piazza e sotto i portici del Comune' | Fortore | news | NTR24 - l'informazione sul web
Se a Benevento la partita a calcio dei ragazzini all’ombra di Santa Sofia continua a suscitare polemiche e ironia con tanto di sequestri da parte della Municipale, in provincia è invece guerra aperta e “dichiarata” ufficialmente a super santos e simili.
Siamo nel Fortore, a San Bartolomeo in Galdo, dove il sindaco Gianfranco Marcasciano ha firmato un’ordinanza che susciterà sicuramente malumori e dividerà la comunità tra favorevoli e contrari.
Con un provvedimento dello scorso 24 novembre, infatti, il primo cittadino ha vietato di “praticare il gioco del pallone in tutte le forme e modalità di svolgimento in piazza Municipio e sotto i portici del Comune”.
La decisione – si legge nel documento - sarebbe stata presa a causa delle lamentele di numerosi cittadini, impossibilitati a stare seduti e a passeggiare tranquillamente in piazza, perché disturbati continuamente da adolescenti alle prese con sfide calcistiche.
A questo si aggiungerebbe anche il problema che le pallonate e la partita possono causare danni al patrimonio pubblico e privato dell’area, oltre a creare pericolo per la sicurezza dei cittadini e degli anziani che passano e che sostano in zona.
Pesanti anche le sanzioni per i giovanissimi: oltre al sequestro della palla, multe salate da 25 a 500 euro. L’amministrazione comunale, inoltre, addebiterà ai genitori, responsabili della sorveglianza sui minori, il costo di eventuali danni a panchine, lampioni o ad altri elementi dell’arredo urbano.
San Bartolomeo in Galdo, ordinanza contro i ragazzini: 'No a partite di calcio in piazza e sotto i portici del Comune' | Fortore | news | NTR24 - l'informazione sul web
martedì 2 dicembre 2014
lunedì 1 dicembre 2014
domenica 30 novembre 2014
Castelvetere, reperti archeologici lungo il percorso del metanodotto
La scoperta riaccende le polemiche sui lavori di scavo da parte della Snam
Reperti archeologici lungo il tracciato del metanodotto che si sta realizzando tra Biccari (Puglia) e Campochiaro (Campobasso). I ritrovamenti sono avvenuti in due aree del territorio comunale di Castelvetere in Valfortore, uno in località Morrecine, e l’altra a Fonte Gallina. Nella prima è stata scoperta una tomba risalente all’epoca sannita e nella seconda invece un muro appartenente alla stessa epoca. Per ora la Soprintendenza, che nei giorni scorsi ha effettuato un sopralluogo con la dottoressa Luigina Tomay, responsabile dell’ufficio Beni archeologici di Benevento, non si è pronuncia sull’entità della scoperta. Un ritrovamento che non ha sorpreso esperti e studiosi. Che il metanodotto nel territorio fortorino non doveva passare, infatti, alcune associazioni lo avevano detto con largo anticipo, anche con richieste ufficiali alla Soprintendenza e alla Snam.
Già nel 2007, il responsabile della sezione del WWF Sannio, Camillo Campolongo, chiedeva alla società responsabile della rete del gas la massima attenzione durante la realizzazione del metanodotto in alcune aree del Fortore e del Tammaro. In particolare nella nota si faceva riferimento alle zone delle Sorgenti ed Alta valle del fiume Fortore, Bosco di Castelvetere in Valfortore, Bosco di Castelpagano. Nella missiva di Campolongo si metteva soprattutto in evidenza “l’esistenza nel comune di Castelvetere di una zona archeologica (necropoli ed altri reperti del periodo dal V al III sec. a.C.), riconosciuta con D.M. 13.5.1983 e D.M. del 27.6.1984 del Ministro per i Beni Culturali e Ambientali”.
In un’area vicina alla zona di Fonte Gallina, infatti, è stata rinvenuta circa 20 anni fa una necropoli di epoca sannitica, molto probabilmente costruita tra il VII e il III secolo a.C. Una scoperta che conferma anche le preoccupazioni espresse dal circolo di Legambiente Fortore. Proprio nelle scorse settimane, infatti, l’associazione guidata dal presidente Michele Barbato aveva inviato una nota alla Soprintendenza ai beni culturali e archeologici di Benevento e Caserta nella quale si chiedeva “se fossero state fatte tutte le opportune indagini preventive così come richieste dalla stessa Soprintendenza in una nota inviata alla Snam”.
“Alla luce dei rinvenimenti archeologici emersi dagli scavi del metanodotto – ha detto Barbato - possiamo dire che le nostre preoccupazioni erano fondate: si sta minando anche la memoria storica di un territorio ormai condannato dalle politiche di sviluppo economico globale. È avvilente osservare il lesto procedere dei lavori in un contesto territoriale così fragile sia dal punto di vista naturalistico che idrogeologico oltre che archeologico. Questo territorio notoriamente isolato per la carenza di infrastrutture necessarie al suo sviluppo e con un tasso di densità di popolazione che cala vertiginosamente ad un ritmo sbalorditivo, oramai è completamente asservito ai grossi poteri della globalizzazione. Un deserto dotato di infrastrutture energetiche strategiche a carattere nazionale e internazionale. Ci sentiamo impotenti – ha concluso - difronte a questa politica a solo vantaggio dei potenti”.
Del ritrovamento è stato informato anche il sindaco di Castelvetere, Luigi Iarossi, che si è recato sul posto dove ha incontrato i responsabili della Sovraintendenza. “Seguiremo con interesse l’evolversi degli scavi. Vigileremo affinché si faccia piena luce sul ritrovamento. Saremo in stretto contatto con gli esperti della Soprintendenza- ha spiegato Iarossi – per essere costantemente informati sulla situazione. Se dall’analisi dei reperti dovesse venir fuori qualcosa di interessante per il nostro territorio sarebbe un fatto estremamente positivo”.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine del 29 novembre)
Reperti archeologici lungo il tracciato del metanodotto che si sta realizzando tra Biccari (Puglia) e Campochiaro (Campobasso). I ritrovamenti sono avvenuti in due aree del territorio comunale di Castelvetere in Valfortore, uno in località Morrecine, e l’altra a Fonte Gallina. Nella prima è stata scoperta una tomba risalente all’epoca sannita e nella seconda invece un muro appartenente alla stessa epoca. Per ora la Soprintendenza, che nei giorni scorsi ha effettuato un sopralluogo con la dottoressa Luigina Tomay, responsabile dell’ufficio Beni archeologici di Benevento, non si è pronuncia sull’entità della scoperta. Un ritrovamento che non ha sorpreso esperti e studiosi. Che il metanodotto nel territorio fortorino non doveva passare, infatti, alcune associazioni lo avevano detto con largo anticipo, anche con richieste ufficiali alla Soprintendenza e alla Snam.
Già nel 2007, il responsabile della sezione del WWF Sannio, Camillo Campolongo, chiedeva alla società responsabile della rete del gas la massima attenzione durante la realizzazione del metanodotto in alcune aree del Fortore e del Tammaro. In particolare nella nota si faceva riferimento alle zone delle Sorgenti ed Alta valle del fiume Fortore, Bosco di Castelvetere in Valfortore, Bosco di Castelpagano. Nella missiva di Campolongo si metteva soprattutto in evidenza “l’esistenza nel comune di Castelvetere di una zona archeologica (necropoli ed altri reperti del periodo dal V al III sec. a.C.), riconosciuta con D.M. 13.5.1983 e D.M. del 27.6.1984 del Ministro per i Beni Culturali e Ambientali”.
In un’area vicina alla zona di Fonte Gallina, infatti, è stata rinvenuta circa 20 anni fa una necropoli di epoca sannitica, molto probabilmente costruita tra il VII e il III secolo a.C. Una scoperta che conferma anche le preoccupazioni espresse dal circolo di Legambiente Fortore. Proprio nelle scorse settimane, infatti, l’associazione guidata dal presidente Michele Barbato aveva inviato una nota alla Soprintendenza ai beni culturali e archeologici di Benevento e Caserta nella quale si chiedeva “se fossero state fatte tutte le opportune indagini preventive così come richieste dalla stessa Soprintendenza in una nota inviata alla Snam”.
“Alla luce dei rinvenimenti archeologici emersi dagli scavi del metanodotto – ha detto Barbato - possiamo dire che le nostre preoccupazioni erano fondate: si sta minando anche la memoria storica di un territorio ormai condannato dalle politiche di sviluppo economico globale. È avvilente osservare il lesto procedere dei lavori in un contesto territoriale così fragile sia dal punto di vista naturalistico che idrogeologico oltre che archeologico. Questo territorio notoriamente isolato per la carenza di infrastrutture necessarie al suo sviluppo e con un tasso di densità di popolazione che cala vertiginosamente ad un ritmo sbalorditivo, oramai è completamente asservito ai grossi poteri della globalizzazione. Un deserto dotato di infrastrutture energetiche strategiche a carattere nazionale e internazionale. Ci sentiamo impotenti – ha concluso - difronte a questa politica a solo vantaggio dei potenti”.
Del ritrovamento è stato informato anche il sindaco di Castelvetere, Luigi Iarossi, che si è recato sul posto dove ha incontrato i responsabili della Sovraintendenza. “Seguiremo con interesse l’evolversi degli scavi. Vigileremo affinché si faccia piena luce sul ritrovamento. Saremo in stretto contatto con gli esperti della Soprintendenza- ha spiegato Iarossi – per essere costantemente informati sulla situazione. Se dall’analisi dei reperti dovesse venir fuori qualcosa di interessante per il nostro territorio sarebbe un fatto estremamente positivo”.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine del 29 novembre)
venerdì 28 novembre 2014
Un calcio al razzismo e alle discriminazioni. Nel Sannio tocca all'Atletico Brigante
Rispetto, solidarietà, lealtà, aggregazione e trasparenza. Sono questi i valori del calcio popolare che, grazie all'Atletico Brigante, arriva anche nel Sannio.
Si tratta di una squadra di calcio a tutti gli effetti, che quest'anno farà il suo esordio in Terza categoria girone B: il primo caso nel Sannio, dicevamo, ma sono già tante le squadre italiane autogestite "per recuperare l’essenza dello sport più amato al mondo".
Il calcio popolare è ormai una bella realtà nel nostro Paese: a Roma sono attive l'Atletico San Lorenzo e l'Ardita San Paolo (quest'ultima finita sulle pagine di cronaca nelle ultime settimane perchè i calciatori della squadra sono stati vittime di un'aggressione da parte di un gruppo di neofascisti), in Campania esistono l'Rfc Lions Caserta, nel calcio a 5, il Partizan Matese, Stella Rossa e Quartograd.
Il calcio popolare è ormai una bella realtà nel nostro Paese: a Roma sono attive l'Atletico San Lorenzo e l'Ardita San Paolo (quest'ultima finita sulle pagine di cronaca nelle ultime settimane perchè i calciatori della squadra sono stati vittime di un'aggressione da parte di un gruppo di neofascisti), in Campania esistono l'Rfc Lions Caserta, nel calcio a 5, il Partizan Matese, Stella Rossa e Quartograd.
Ora esiste anche l'Atletico Brigante, prima realtà sannita di calcio popolare, che è chiamata all'esordio in campionato sabato contro il Campolattaro. I "briganti" giocheranno il loro torneo sul campo sportivo comunale di Pago Veiano. Si tratta di una società dilettantistica composta da ragazzi (età media 25 anni) residenti tra Benevento, Pago Veiano, S.Giorgio la Molara, Molinara ed altri comuni del pre-Fortore.
(Per continuare a legge clicca qui sotto)
Un calcio al razzismo ed alle discriminazioni. Nel Sannio tocca all'Atletico Brigante
Migranti
Siamo i marciapiedi più affollati.
Siamo i treni più lunghi.
Siamo le braccia le unghie d'Europa il sudore diesel.
Siamo il disonore la vergogna dei governi
L'odore di cipolla che rinnova le viscere d'Europa.
Siamo un'altra volta la fantasia degli dei.
Milioni di macchine escono targate Magna Grecia.
Noi siamo le giacche appese nelle baracche nei pollai d'Europa.
Addio, terra.
Salutiamoci, è ora.
Franco Costabile
Siamo i treni più lunghi.
Siamo le braccia le unghie d'Europa il sudore diesel.
Siamo il disonore la vergogna dei governi
L'odore di cipolla che rinnova le viscere d'Europa.
Siamo un'altra volta la fantasia degli dei.
Milioni di macchine escono targate Magna Grecia.
Noi siamo le giacche appese nelle baracche nei pollai d'Europa.
Addio, terra.
Salutiamoci, è ora.
Franco Costabile
mercoledì 26 novembre 2014
Lo Sblocca Trivelle tra proteste e censure
La parola d’ordine è una sola: avanti tutta con le trivelle. E a indicare la road map è stato il presidente del Consiglio Renzi: “Raddoppiare la percentuale di petrolio e del gas in Italia”. L’Italia già oggi è il quarto produttore europeo e il terzo per quanto riguarda le riserve di oro nero. Il bacino più importante si concentra in Basilicata, la Val d’Agri da sola produce l’82 per cento del petrolio nazionale e risulta essere il più grande giacimento d’Europa.
Ma quanti sono attualmente i pozzi attivi nel nostro Paese? Secondo il ministero dello Sviluppo economico sono oltre mille – tra terraferma e mare – e forniscono il 10 per cento del fabbisogno di gas e il 7 per cento di petrolio. Mentre, i permessi per la ricerca di idrocarburi, ossia i titoli che consentono le indagini geofisiche e perforazioni, in attesa di risposta sono 112, distribuiti da nord al sud.
L’accelerazione in tema di ricerca di petrolio e gas, tuttavia, è arrivata nei giorni scorsi con l’approvazione definitiva al Senato del decreto Sblocca Italia, subito ribattezzato Sblocca Trivelle. Così a finire sul banco degli imputati è stato proprio l’ex sindaco di Firenze, accusato dagli ambientalisti di aver offerto un assist incredibile alle multinazionali petrolifere, che non dovranno avere più l’ok delle Regioni (la cosiddetta valutazione di impatto ambientale) per bucare mari e colline.
L’obiettivo dell’esecutivo, in effetti, non solo è eliminare l’opposizione degli enti locali, ma velocizzare l’iter per le autorizzazioni: d’ora in poi ci saranno i titoli minerari unici (sia per la ricerca, sia per l’estrazione ma ritenuti da più parti contrari al diritto comunitario), verranno rilasciati in appena 180 giorni e le concessioni potranno durare 30 anni, prorogabili più volte per un periodo di dieci anni. E a decidere dove e quando trivellare sarà - con proprio decreto - il ministro dello Sviluppo economico, e non importa se ciò provocherà delle variazione negli "strumenti urbanistici".
Ad essere contestato è soprattutto l’articolo 38 del decreto (Misure per la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali): “Al fine di valorizzare le risorse energetiche nazionali e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti del Paese, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”.
Con questa norma i luoghi di ricerca e d'estrazione vengono di fatto militarizzati. Resi inaccessibili a comitati e popolazioni che si oppongono alle trivelle. Tutto viene sacrificato in nome dei supremi interessi nazionali e della realpolitik del Tony Blair italiano. D’ora in poi, dunque, la palla passa allo stato centrale, che ha deciso di fare del Bel Paese una vera e propria gruviera, dimenticando i passi avanti fatti in tema di tecnologie rinnovabili.
Ora il timore è che le coste siciliane e quelle dell’Adriatico – come molte realtà dell’Appennino, in primis la Basilicata – diventino il Texas d’Italia, con conseguenze negative su turismo e attività economiche.
“Poco importa se diverse Regioni e moltissimi Comuni si oppongono a questa scellerata politica fossile. Poco importano le proteste di decine di migliaia di persone che hanno detto chiaramente che il mare è dei cittadini e non dei petrolieri, che vogliono sfruttarlo solo per ricavarne profitti”, attacca Greenpeace dal blog de ilfattoquotidiano.it.
Ma il governo va avanti come un treno e non si ferma davanti a nessuno ostacolo, nemmeno quando a mettersi di traverso sono gli enti locali o le popolazioni organizzati in “comitatini” (il copyright è di Renzi), che temono per l’inquinamento delle proprie terre con conseguente rischio per la salute.
E la risposta dei comitati (anche se censurata dai media nazionali) è arrivata nei giorni scorsi da Potenza, dove circa cinquemila No triv hanno assediato pacificamente la sede della Regione Basilicata per protestare contro il raddoppio delle estrazioni petrolifere. La Lucania – dove si trivella da più di vent’anni – è interessata da 18 richieste di permessi di ricerca, 11 permessi e 20 concessioni di coltivazione di idrocarburi per quasi i 3/4 del territorio.
E non bastano le confutazioni economiche (la Basilicata è tra le regioni più povere d’Italia e con le royalties più basse al mondo) a fermare il governo Renzi, che invece si appella alla Strategia energetica nazionale, secondo cui la corsa all’oro nero porterà un investimento di 15 miliardi di euro di investimento e di 25 mila nuovi posti di lavoro.
Ma per gli ambientalisti sono solo promesse per tenere buoni i territori. “Altro che innovazione e premier rottamatore – controbattono – la storia è sempre la stessa: in pochi si arricchiscono sulle spalle dei cittadini e dell’ambiente”. Come dire: per gli interessi dei petrolieri si rottama anche il territorio.
Ma quanti sono attualmente i pozzi attivi nel nostro Paese? Secondo il ministero dello Sviluppo economico sono oltre mille – tra terraferma e mare – e forniscono il 10 per cento del fabbisogno di gas e il 7 per cento di petrolio. Mentre, i permessi per la ricerca di idrocarburi, ossia i titoli che consentono le indagini geofisiche e perforazioni, in attesa di risposta sono 112, distribuiti da nord al sud.
L’accelerazione in tema di ricerca di petrolio e gas, tuttavia, è arrivata nei giorni scorsi con l’approvazione definitiva al Senato del decreto Sblocca Italia, subito ribattezzato Sblocca Trivelle. Così a finire sul banco degli imputati è stato proprio l’ex sindaco di Firenze, accusato dagli ambientalisti di aver offerto un assist incredibile alle multinazionali petrolifere, che non dovranno avere più l’ok delle Regioni (la cosiddetta valutazione di impatto ambientale) per bucare mari e colline.
L’obiettivo dell’esecutivo, in effetti, non solo è eliminare l’opposizione degli enti locali, ma velocizzare l’iter per le autorizzazioni: d’ora in poi ci saranno i titoli minerari unici (sia per la ricerca, sia per l’estrazione ma ritenuti da più parti contrari al diritto comunitario), verranno rilasciati in appena 180 giorni e le concessioni potranno durare 30 anni, prorogabili più volte per un periodo di dieci anni. E a decidere dove e quando trivellare sarà - con proprio decreto - il ministro dello Sviluppo economico, e non importa se ciò provocherà delle variazione negli "strumenti urbanistici".
Ad essere contestato è soprattutto l’articolo 38 del decreto (Misure per la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali): “Al fine di valorizzare le risorse energetiche nazionali e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti del Paese, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”.
Con questa norma i luoghi di ricerca e d'estrazione vengono di fatto militarizzati. Resi inaccessibili a comitati e popolazioni che si oppongono alle trivelle. Tutto viene sacrificato in nome dei supremi interessi nazionali e della realpolitik del Tony Blair italiano. D’ora in poi, dunque, la palla passa allo stato centrale, che ha deciso di fare del Bel Paese una vera e propria gruviera, dimenticando i passi avanti fatti in tema di tecnologie rinnovabili.
Ora il timore è che le coste siciliane e quelle dell’Adriatico – come molte realtà dell’Appennino, in primis la Basilicata – diventino il Texas d’Italia, con conseguenze negative su turismo e attività economiche.
“Poco importa se diverse Regioni e moltissimi Comuni si oppongono a questa scellerata politica fossile. Poco importano le proteste di decine di migliaia di persone che hanno detto chiaramente che il mare è dei cittadini e non dei petrolieri, che vogliono sfruttarlo solo per ricavarne profitti”, attacca Greenpeace dal blog de ilfattoquotidiano.it.
Ma il governo va avanti come un treno e non si ferma davanti a nessuno ostacolo, nemmeno quando a mettersi di traverso sono gli enti locali o le popolazioni organizzati in “comitatini” (il copyright è di Renzi), che temono per l’inquinamento delle proprie terre con conseguente rischio per la salute.
E la risposta dei comitati (anche se censurata dai media nazionali) è arrivata nei giorni scorsi da Potenza, dove circa cinquemila No triv hanno assediato pacificamente la sede della Regione Basilicata per protestare contro il raddoppio delle estrazioni petrolifere. La Lucania – dove si trivella da più di vent’anni – è interessata da 18 richieste di permessi di ricerca, 11 permessi e 20 concessioni di coltivazione di idrocarburi per quasi i 3/4 del territorio.
E non bastano le confutazioni economiche (la Basilicata è tra le regioni più povere d’Italia e con le royalties più basse al mondo) a fermare il governo Renzi, che invece si appella alla Strategia energetica nazionale, secondo cui la corsa all’oro nero porterà un investimento di 15 miliardi di euro di investimento e di 25 mila nuovi posti di lavoro.
Ma per gli ambientalisti sono solo promesse per tenere buoni i territori. “Altro che innovazione e premier rottamatore – controbattono – la storia è sempre la stessa: in pochi si arricchiscono sulle spalle dei cittadini e dell’ambiente”. Come dire: per gli interessi dei petrolieri si rottama anche il territorio.
martedì 25 novembre 2014
Crolla il sostegno all'industria del Sud
In base ad elaborazioni SVIMEZ, su dati del ministero dello Sviluppo economico, dal 2001 al 2012 le agevolazioni concesse all’industria italiana sono crollate del 51,5%, passando dai 10,1 miliardi di euro annui del triennio 2001-2003 ai 4,3 del triennio 2010-2012.
A pagare di più è stato però il Sud. Dal 2001 al 2012 infatti le agevolazioni concesse all’industria del Mezzogiorno sono crollate del 80,5%, passando dai 6,4 miliardi di euro annui del triennio 2001-2003 agli 1,2 del triennio 2010-2012. Situazione diversa al Centro-Nord, dove le agevolazioni concesse all’industria sono scese negli stessi anni del 24,3%, passando dai 3,7 miliardi euro annui del triennio 2001-2003 ai 2,8 del triennio 2010-2012.
La tendenza si conferma anche sul fronte delle agevolazioni erogate. Nel periodo in questione, in dieci anni, le agevolazioni erogate all’industria meridionale flettono del 67%, da 3,9 a 1,3 miliardi di euro annui, il triplo del Centro-Nord (-22,4%).
(Fonte: Terra e dignità)
A pagare di più è stato però il Sud. Dal 2001 al 2012 infatti le agevolazioni concesse all’industria del Mezzogiorno sono crollate del 80,5%, passando dai 6,4 miliardi di euro annui del triennio 2001-2003 agli 1,2 del triennio 2010-2012. Situazione diversa al Centro-Nord, dove le agevolazioni concesse all’industria sono scese negli stessi anni del 24,3%, passando dai 3,7 miliardi euro annui del triennio 2001-2003 ai 2,8 del triennio 2010-2012.
La tendenza si conferma anche sul fronte delle agevolazioni erogate. Nel periodo in questione, in dieci anni, le agevolazioni erogate all’industria meridionale flettono del 67%, da 3,9 a 1,3 miliardi di euro annui, il triplo del Centro-Nord (-22,4%).
(Fonte: Terra e dignità)
domenica 23 novembre 2014
Unità d’Italia: la strage dimenticata di Roseto Valfortore
Il lettore che dopo aver visto il titolo si appresta a leggere l’articolo si aspetta la solita storia retorica di altri eroi che si sono immolati per l’Unità d’Italia. Ma si sorprenderà, invece, nel leggere l’altra storia, quella nascosta, quella censurata, che in questi ultimi decenni sta “urlando” e chiede di venir finalmente alla luce. E’ una storia come tante che, o per vergogna, o per convenienza, o per quant’altro, è stata per decenni tenuta segregata in un cassetto.
Roseto Valfortore è un paesino di mille anime arrampicato sulle montagne dell’Appennino Dauno, in provincia di Foggia. Un luogo accogliente dove gli abitanti hanno ancora il tempo e la volontà di regalare un sorriso ai visitatori che vi giungono. Ma è anche un territorio che ha dentro di sé una ferita storica che mai nessuno gli ha riconosciuto; questa è la vicenda di 4 ragazzi di appena vent’anni e di un adulto, padre di famiglia, che furono trucidati dai garibaldini a causa delle loro simpatie per i Borbone.
Tutto avvenne la sera del 7 novembre 1860 quando i 5 furono allineati ad un muro e passati alle armi da chi era appena sopraggiunto e definiva se stesso “un liberatore”. A nulla valsero le suppliche di pietà che i ragazzi invocarono ai carnefici, a nulla valsero le grida delle donne che assistettero impotenti all’esecuzione.
Questa triste vicenda, ancora una volta, non sarebbe mai venuta fuori se non ci fosse stata la caparbietà e la voglia di sapere di uno studioso, il prof. Michele Marcantonio, che scrisse nel 1983 un libro in cui raccontava l’eccidio (Abbasso la guerra, ossia tre passi a ponente Italia Letteraria, Milano 1983).
Libro, ancora una volta, corredato da documenti storici ufficiali che provavano l’accaduto, ma che furono deliberatamente ignorati. I padri della patria, infatti, dovevano apparire ancora una volta senza macchia e senza peccato! Questo fu l’ordine impartito agli storici. Proprio grazie a tali testimonianze scritte si è potuta realizzare una ricostruzione dettagliata di cosa avvenne quel triste giorno; si riporta integralmente uno stralcio tratto da Il Frizzo, giornale di Lucera: “I cinque vennero allineati lungo il muro che guardava alla torretta, di fronte al plotone. L’aria rigida, la pioggia, che ora con furia, il vento, fatto ora cattivo, che tempestava il viso dei condannati con bordate d’acqua gelida e dura come grossi grani di sabbia, e, forse, il contenuto di quel biglietto consigliarono il generale a far presto, a sbrigarsi.
Nell’estremo tentativo di muovere a pietà, tre dei condannati, cioè Giuseppe Cotturo, Vito Sbrocchi e Leonardo Marrone, s’inginocchiarono nel fango: – Pietà! Siamo innocenti! Parole e lacrime alla pioggia e al vento che mugghiava nella siepe e sui tetti. – Pietà di noi! –, fece Nunzio. Il quinto, più di là che di qua (è Liberato Farace, 22 anni appena, ferito a morte presso la propria abitazione dalle camicie rosse) era ricaduto in un’assenza totale e si teneva ritto al muro come un tronco senza vita. Il sergente rizzava in alto la sciabola come un ricurvo dito d’acciaio guardando fisso il generale. Il sergente non batteva ciglio. Ecco… Il generale fece con l’indice un cenno distratto, quasi meccanico. La sciabola piegò verso terra. Fuoco! I primi tre, a partire dall’angolo, caddero fulminati. Al quarto un secondo colpo. Il quinto, Liberato Farace, indenne. Il fuciliere di grazia esplose su di lui il terzo e il quarto colpo. Solo quest’ultimo spinse fuori da quel giovane corpo il lieve alito di vita residuo.” E’ ora di iniziare a raccontare una storia diversa del Risorgimento: è iniziata al Sud un’inarrestabile “rivoluzione culturale” atta a far sì che si cancelli la retorica e che si guardi in faccia la realtà di quello che successe 150 anni or sono. Documenti come questo e come tanti altri devono servire per risvegliare la voglia di verità che gli storici, assoggettati al potere, hanno perso. E’ una questione soprattutto di libertà: soltanto quando uno studioso potrà scrivere le verità storiche senza dover seguire una “linea comune”, allora si sentirà libero.
(FONTE) Briganti: Unità d’Italia: la strage dimenticata di Roseto Va...
venerdì 21 novembre 2014
PINO APRILE ABBRACCIA IL CONCORSO DI POESIA DIALETTALE
Dopo il successo dell’ultima edizione del concorso “Radici Poetiche” dedicato a Massimo Troisi, non solo per i numerosi lavori pervenuti da tutta Italia, ma per la qualità degli stessi, come ha ben sottolineato il prof. Aniello Russo che anche quest’anno presiederà la giuria di esperti che vede tra i giurati anche Corrado Taranto e Gianni Mauro, il concorso arriva in Svizzera, a Lucerna, dove si recherà l’editore Donatella De Bartolomeis, grazie ad Antonia Cianciulli, referente del concorso per gli Italiani all’estero.
Ad abbracciare l’iniziativa come Presidente Onorario Pino Aprile che dichiara “i concorsi di poesia dialettale spesso sono intesi come folklore, perché il dialetto è stato a lungo e a torto ritenuto un ghetto, una scelta minoritaria. Mentre l'uso della parlata di casa è una ricerca di significati profondi, di radici che andrebbero perse, di costruzioni verbali spesso nate in una cultura contadina e riadattate alla modernità. Pasolini lo ha fatto capire come pochi; e questo recupero ha raggiunto vette sofisticatissime: si pensi soltanto alla costruzione di una lingua personale e poetica a base dialettale, compiuta da Albino Pierro (più volte candidato al Nobel), con le sonorità della parlata di Tursi, il suo paese. Ma il concorso è intitolato a Massimo Troisi, che, come Eduardo, ha dimostrato che si può essere universali, ci si può far capire da tutti, usando il proprio dialetto. Il napoletano, è vero, uno degli idiomi più teatrali che esistano, che si fa comprendere anche solo con i toni e i suoni; ma pur sempre una scelta coraggiosa, per chi si rivolge non a un pubblico selezionato, come il poeta Pierro e altri, ma indistinto, attraverso il cinema, la televisione. Con queste iniziative si recuperano brandelli di identità”.
In Svizzera Rosaria Troisi, madrina del concorso sarà presente attraverso una lettera che ha scritto per il fratello Massimo, pubblicata sul Corriere della Sera “… incontro ragazzi che non erano nemmeno nati quando te ne sei andato. Gli racconto la tua storia, la storia di un timido ragazzo di provincia che non si è mai arreso di fronte alle difficoltà della sorte. E che alla fine ha vinto a dispetto di tutto. Loro sono già troppo grandi per credere alle favole, ma quando nel loro sguardo vedo accendersi un bagliore capisco che alla tua storia però ci stanno credendo, e che ai loro occhi riesci a incarnare un simbolo di speranza vera, come sei stato vero tu.”
Sul sito www.edizioniilpapavero.com il bando 2015. Segretario del concorso la giornalista Jenny Capozzi.
Ad abbracciare l’iniziativa come Presidente Onorario Pino Aprile che dichiara “i concorsi di poesia dialettale spesso sono intesi come folklore, perché il dialetto è stato a lungo e a torto ritenuto un ghetto, una scelta minoritaria. Mentre l'uso della parlata di casa è una ricerca di significati profondi, di radici che andrebbero perse, di costruzioni verbali spesso nate in una cultura contadina e riadattate alla modernità. Pasolini lo ha fatto capire come pochi; e questo recupero ha raggiunto vette sofisticatissime: si pensi soltanto alla costruzione di una lingua personale e poetica a base dialettale, compiuta da Albino Pierro (più volte candidato al Nobel), con le sonorità della parlata di Tursi, il suo paese. Ma il concorso è intitolato a Massimo Troisi, che, come Eduardo, ha dimostrato che si può essere universali, ci si può far capire da tutti, usando il proprio dialetto. Il napoletano, è vero, uno degli idiomi più teatrali che esistano, che si fa comprendere anche solo con i toni e i suoni; ma pur sempre una scelta coraggiosa, per chi si rivolge non a un pubblico selezionato, come il poeta Pierro e altri, ma indistinto, attraverso il cinema, la televisione. Con queste iniziative si recuperano brandelli di identità”.
In Svizzera Rosaria Troisi, madrina del concorso sarà presente attraverso una lettera che ha scritto per il fratello Massimo, pubblicata sul Corriere della Sera “… incontro ragazzi che non erano nemmeno nati quando te ne sei andato. Gli racconto la tua storia, la storia di un timido ragazzo di provincia che non si è mai arreso di fronte alle difficoltà della sorte. E che alla fine ha vinto a dispetto di tutto. Loro sono già troppo grandi per credere alle favole, ma quando nel loro sguardo vedo accendersi un bagliore capisco che alla tua storia però ci stanno credendo, e che ai loro occhi riesci a incarnare un simbolo di speranza vera, come sei stato vero tu.”
Sul sito www.edizioniilpapavero.com il bando 2015. Segretario del concorso la giornalista Jenny Capozzi.
giovedì 20 novembre 2014
L’articolo 18 è nato 7 secoli fa. Fu scritto nel 1331 nel Fortore
di Leonardo Bianco
Pensate che lo statuto dei lavoratori, compreso l’articolo 18, sia nato grazie alle battaglie degli operai e alle lotte sindacali degli anni ‘60/’70? Sbagliato. Pare che il divieto di licenziare senza giusta causa sia stato messo nero su bianco per la prima volta sette secoli fa. E udite! Udite! Ad usufruirne furono i cittadini delle comunità del Fortore sotto la giurisdizione dell’abazia di Santa Maria del Gualdo a Mazzocca, oggi conosciuto come il santuario diocesano del beato Giovanni Eremita da Tufara.
Le regole furono introdotte in occasione della fondazione del borgo di San Bartolomeo in Galdo ad opera dell’abate Nicola da Ferrazzano intorno al 1330 che con una supplica chiese “il regio assenso a poter ripopolare un luogo privato o burgensatico (vale a dire terre possedute in proprietà libera) chiamato “San Bartolomeo”, totalmente privo di abitanti” come si legge nella ricerca realizzata dal giornalista Paolo Angelo Furbesco sul centro fortorino. Uno statuto redatto nel 1331 e perfezionato nel 1360 da un altro abate molisano: Nicola da Cerce. Regole frutto del confronto democratico, stando alle dichiarazioni di alcuni studiosi locali come Fiorangelo Morrone, storico baselicese. Ed è proprio in un libro dello studioso fortorino dedicato alle immunità, alle franchigie e agli statuti del 1994, che si fa riferimento allo statuto “relativo ai lavoratori gualani (braccianti), stallieri e domestici, da un punto di vista etico-sociale […]”. Una notizia rimbalzata nei giorni scorsi su alcuni organi d’informazione molisani, dopo una nota del vice presidente della giunta regionale del Molise Michele Pietraroia che richiamava l’attenzione del governo sull’articolo 18. “Una scoperta sensazionale – ha dichiarato a Ottopagine l’esponente del Pd - che conferma la vitalità di un Sud, e soprattutto di un territorio come il Fortore, dimenticato che anticipa grazie all’azione di due abati molisani di sette secoli un principio di civiltà qual è il divieto di licenziamento senza giusta causa offrendo una chiave di lettura sul contributo della dottrina cristiana nella formulazione di un principio di tutela giuslavoristica fondamentale”.
Il rappresentante del governo molisano, sulla questione, ha interpellato alcuni docenti universitari, il professor Franco Focareta dell’Università di bologna e la professoressa Luisa Corazza dell’Università del Molise, auspicando che la questione dell’articolo 18 “possa essere rilanciata sul piano scientifico una tematica che è al centro del confronto istituzionale, politico e parlamentare italiano con il Jobs Act”. Una notizia storica che, secondo Pietraroia, dimostra che i diritti dell’uomo non è questione posta da Marx nell’800 o dai sindacati nel secondo dopo guerra, ma è un principio di civiltà che nasce dalla Chiesa e che viene sancito grazie all’opera di due monaci benedettini eredi del beato Giovanni eremita da Tufara (Campobasso).
Per l’esponente molisano della sinistra Pd, “Renzi e il suo governo bene farebbero a venire nel Fortore e leggere lo statuto dei lavoratori scritto da Nicola da Ferrazzano e Nicola da Cerce, che 610 anni prima dello Statuto dei Lavoratori metteva al centro i diritti dell’uomo e la dignità degli operai (allora braccianti, stallieri e domestici). Regole che già allora prevedevano dignità del rapporto tra datore di lavoro e dipendenti. Sulla storia dello statuto nato sette secoli fa c’è l’impegno anche dell’amministrazione comunale di San Bartolomeo, così come affermato dal vicesindaco Lina Fiorilli, di voler proseguire nelle ricerche, per valorizzare la figura del fondatore del centro fortorino e soprattutto per approfondire la figura del beato Giovanni eremita che nel fortore fondò l’abazia di Santa Maria del Gualdo, circa nove secoli fa.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine)
Pensate che lo statuto dei lavoratori, compreso l’articolo 18, sia nato grazie alle battaglie degli operai e alle lotte sindacali degli anni ‘60/’70? Sbagliato. Pare che il divieto di licenziare senza giusta causa sia stato messo nero su bianco per la prima volta sette secoli fa. E udite! Udite! Ad usufruirne furono i cittadini delle comunità del Fortore sotto la giurisdizione dell’abazia di Santa Maria del Gualdo a Mazzocca, oggi conosciuto come il santuario diocesano del beato Giovanni Eremita da Tufara.
Le regole furono introdotte in occasione della fondazione del borgo di San Bartolomeo in Galdo ad opera dell’abate Nicola da Ferrazzano intorno al 1330 che con una supplica chiese “il regio assenso a poter ripopolare un luogo privato o burgensatico (vale a dire terre possedute in proprietà libera) chiamato “San Bartolomeo”, totalmente privo di abitanti” come si legge nella ricerca realizzata dal giornalista Paolo Angelo Furbesco sul centro fortorino. Uno statuto redatto nel 1331 e perfezionato nel 1360 da un altro abate molisano: Nicola da Cerce. Regole frutto del confronto democratico, stando alle dichiarazioni di alcuni studiosi locali come Fiorangelo Morrone, storico baselicese. Ed è proprio in un libro dello studioso fortorino dedicato alle immunità, alle franchigie e agli statuti del 1994, che si fa riferimento allo statuto “relativo ai lavoratori gualani (braccianti), stallieri e domestici, da un punto di vista etico-sociale […]”. Una notizia rimbalzata nei giorni scorsi su alcuni organi d’informazione molisani, dopo una nota del vice presidente della giunta regionale del Molise Michele Pietraroia che richiamava l’attenzione del governo sull’articolo 18. “Una scoperta sensazionale – ha dichiarato a Ottopagine l’esponente del Pd - che conferma la vitalità di un Sud, e soprattutto di un territorio come il Fortore, dimenticato che anticipa grazie all’azione di due abati molisani di sette secoli un principio di civiltà qual è il divieto di licenziamento senza giusta causa offrendo una chiave di lettura sul contributo della dottrina cristiana nella formulazione di un principio di tutela giuslavoristica fondamentale”.
Il rappresentante del governo molisano, sulla questione, ha interpellato alcuni docenti universitari, il professor Franco Focareta dell’Università di bologna e la professoressa Luisa Corazza dell’Università del Molise, auspicando che la questione dell’articolo 18 “possa essere rilanciata sul piano scientifico una tematica che è al centro del confronto istituzionale, politico e parlamentare italiano con il Jobs Act”. Una notizia storica che, secondo Pietraroia, dimostra che i diritti dell’uomo non è questione posta da Marx nell’800 o dai sindacati nel secondo dopo guerra, ma è un principio di civiltà che nasce dalla Chiesa e che viene sancito grazie all’opera di due monaci benedettini eredi del beato Giovanni eremita da Tufara (Campobasso).
Per l’esponente molisano della sinistra Pd, “Renzi e il suo governo bene farebbero a venire nel Fortore e leggere lo statuto dei lavoratori scritto da Nicola da Ferrazzano e Nicola da Cerce, che 610 anni prima dello Statuto dei Lavoratori metteva al centro i diritti dell’uomo e la dignità degli operai (allora braccianti, stallieri e domestici). Regole che già allora prevedevano dignità del rapporto tra datore di lavoro e dipendenti. Sulla storia dello statuto nato sette secoli fa c’è l’impegno anche dell’amministrazione comunale di San Bartolomeo, così come affermato dal vicesindaco Lina Fiorilli, di voler proseguire nelle ricerche, per valorizzare la figura del fondatore del centro fortorino e soprattutto per approfondire la figura del beato Giovanni eremita che nel fortore fondò l’abazia di Santa Maria del Gualdo, circa nove secoli fa.
(Tratto dal quotidiano Ottopagine)
mercoledì 19 novembre 2014
L'articolo 18 nasce nel Fortore nel Trecento
Postiamo un interessante articolo pubblicato sul quotidiano online pensieridintegrazione.it a firma di Michele Pietraroia, ex segretario della Cgil Molise e attuale vicepresindente della Regione Molise.
Nel corso di un incontro avuto con l’avvocato Lina Fiorilli, vice-sindaco di San Bartolomeo in Galdo, ho avuto l’opportunità di approfondire insieme ad altri studiosi della materia quali il giovane Presidente dei laureati in giurisprudenza dell’Università del Molise, Michele Pappone, gli scritti dell’avvocato Donato Castellucci che ricostruendo la storia dell’Abbazia di Santa Maria del Gualdo a Mazzocco, fondata nel 1156 da San Giovanni Eremita da Tufara, si sofferma su una scoperta sensazionale in materia di diritto del lavoro.
Nello Statuto elaborato dall’Abate Nicola da Ferrazzano nel 1331 e perfezionato da un confronto democratico con la comunità locale dall’Abate Nicola da Cerce nel 1360, successori di San Giovanni Eremita alla guida dell’Abbazia, tra gli altri “diritti e doveri“ veniva riportato il divieto del licenziamento in tronco senza giusta causa per i gualani (addetti al bestiame), gli stallieri, i famuli (domestici) e i salariati, anticipando di cinque secoli Karl Marx e di 610 anni il varo dello Statuto dei Lavoratori che prevede all’articolo 18 la stessa tutela.
Trattasi dell’atto costitutivo del comune di San Bartolomeo in Galdo appartenente ai tenimenti dell’Abbazia di Mazzocco che comprendevano gran parte del Molise e della Capitanata.
Per la prima volta in uno Statuto veniva posta attenzione ai diritti della persona prevedendo tutele per le donne e i fanciulli, sanzionando il servilismo e sancendo il principio della pacificazione e del garantismo.
Per comprendere meglio il rilievo storico di questo centro culturale e religioso fondato da un molisano secondo la Regola di San Benedetto mi limito a segnalare le bolle papali di Adriano IV del 1156, di Clemente III del 1188, di Celestino III del 1192 e di Innocenzo III del 1208, e gli Atti di Protezione del Re Guglielmo il Normanno del 1187, dell’Imperatore Federico II di Svevia del 12 agosto 1209 e l’autorizzazione concessa all’Abate Nicola da Ferrazzano nel 1331 dal Re Roberto d’Angiò. Tra i principali sostenitori dell’Abbazia troviamo in quel periodo Guglielmo Borrello Signore di Agnone, i conti di Molise, i conti di Loretello e altri esponenti della Capitanata, della Campania e del Molise.
Questi riferimenti aiutano a capire il rilievo culturale, storico e sociale dell’opera di San Giovanni Eremita da Tufara, e degli Abati che operarono dopo di lui a Santa Maria del Gualdo di Mazzocco fino al 1456 quando il terremoto che sconvolse il Molise distrusse l’Abbazia.
Bisogna evitare che passi inosservata, una notizia sensazionale come questa, che conferma la vitalità di un Sud dimenticato che anticipa grazie all’azione di due Abati molisani (Nicola da Ferrazzano e Nicola da Cerce) di secoli un principio di civiltà qual è il divieto di licenziamento senza giusta causa offrendo una chiave di lettura sul contributo della dottrina cristiana nella formulazione di un principio di tutela giuslavoristica fondamentale.
Sulla questione c’è necessità di continuare a scavare negli archivi di Napoli ed auspico che i docenti di diritto del lavoro dell’Università di Bologna e dell’Università del Molise che ho già attivato possano riprendere e rilanciare sul piano scientifico una tematica che è al centro del confronto istituzionale, politico e parlamentare italiano con il Jobs Act.
Sono convinto che il professor Franco Focareta e la professoressa Luisa Corazza confermeranno la propria attenzione sul punto e seguiranno insieme al dottor Michele Pappone l’evolversi dell’acquisizione della documentazione d’archivio già menzionata nei suoi scritti da Padre A. Casamassa, uno dei più accreditati docenti dell’Università Lateranense, oltre che dall’avvocato Donato Castellucci.
Per il Molise e per la nostra Università si apre uno spazio interessante di valenza nazionale sull’idea di società da costruire nel rapporto tra Capitale e Lavoro, sul valore dell’articolo 1 della Costituzione e sull’errore strategico di un pensiero miope che pensa di sostenere un modello di sviluppo disconoscendo i diritti della persona che lavora. Quello che nella concezione culturale cristiana pre-marxista del 1331 era un valore acquisito in termini di civiltà oggi non può diventare lo scalpo da portare a Berlino per ingraziarsi la Merkel, la Banca centrale europea e la finanza speculativa globale.
Nel corso di un incontro avuto con l’avvocato Lina Fiorilli, vice-sindaco di San Bartolomeo in Galdo, ho avuto l’opportunità di approfondire insieme ad altri studiosi della materia quali il giovane Presidente dei laureati in giurisprudenza dell’Università del Molise, Michele Pappone, gli scritti dell’avvocato Donato Castellucci che ricostruendo la storia dell’Abbazia di Santa Maria del Gualdo a Mazzocco, fondata nel 1156 da San Giovanni Eremita da Tufara, si sofferma su una scoperta sensazionale in materia di diritto del lavoro.
Nello Statuto elaborato dall’Abate Nicola da Ferrazzano nel 1331 e perfezionato da un confronto democratico con la comunità locale dall’Abate Nicola da Cerce nel 1360, successori di San Giovanni Eremita alla guida dell’Abbazia, tra gli altri “diritti e doveri“ veniva riportato il divieto del licenziamento in tronco senza giusta causa per i gualani (addetti al bestiame), gli stallieri, i famuli (domestici) e i salariati, anticipando di cinque secoli Karl Marx e di 610 anni il varo dello Statuto dei Lavoratori che prevede all’articolo 18 la stessa tutela.
Trattasi dell’atto costitutivo del comune di San Bartolomeo in Galdo appartenente ai tenimenti dell’Abbazia di Mazzocco che comprendevano gran parte del Molise e della Capitanata.
Per la prima volta in uno Statuto veniva posta attenzione ai diritti della persona prevedendo tutele per le donne e i fanciulli, sanzionando il servilismo e sancendo il principio della pacificazione e del garantismo.
Per comprendere meglio il rilievo storico di questo centro culturale e religioso fondato da un molisano secondo la Regola di San Benedetto mi limito a segnalare le bolle papali di Adriano IV del 1156, di Clemente III del 1188, di Celestino III del 1192 e di Innocenzo III del 1208, e gli Atti di Protezione del Re Guglielmo il Normanno del 1187, dell’Imperatore Federico II di Svevia del 12 agosto 1209 e l’autorizzazione concessa all’Abate Nicola da Ferrazzano nel 1331 dal Re Roberto d’Angiò. Tra i principali sostenitori dell’Abbazia troviamo in quel periodo Guglielmo Borrello Signore di Agnone, i conti di Molise, i conti di Loretello e altri esponenti della Capitanata, della Campania e del Molise.
Questi riferimenti aiutano a capire il rilievo culturale, storico e sociale dell’opera di San Giovanni Eremita da Tufara, e degli Abati che operarono dopo di lui a Santa Maria del Gualdo di Mazzocco fino al 1456 quando il terremoto che sconvolse il Molise distrusse l’Abbazia.
Bisogna evitare che passi inosservata, una notizia sensazionale come questa, che conferma la vitalità di un Sud dimenticato che anticipa grazie all’azione di due Abati molisani (Nicola da Ferrazzano e Nicola da Cerce) di secoli un principio di civiltà qual è il divieto di licenziamento senza giusta causa offrendo una chiave di lettura sul contributo della dottrina cristiana nella formulazione di un principio di tutela giuslavoristica fondamentale.
Sulla questione c’è necessità di continuare a scavare negli archivi di Napoli ed auspico che i docenti di diritto del lavoro dell’Università di Bologna e dell’Università del Molise che ho già attivato possano riprendere e rilanciare sul piano scientifico una tematica che è al centro del confronto istituzionale, politico e parlamentare italiano con il Jobs Act.
Sono convinto che il professor Franco Focareta e la professoressa Luisa Corazza confermeranno la propria attenzione sul punto e seguiranno insieme al dottor Michele Pappone l’evolversi dell’acquisizione della documentazione d’archivio già menzionata nei suoi scritti da Padre A. Casamassa, uno dei più accreditati docenti dell’Università Lateranense, oltre che dall’avvocato Donato Castellucci.
Per il Molise e per la nostra Università si apre uno spazio interessante di valenza nazionale sull’idea di società da costruire nel rapporto tra Capitale e Lavoro, sul valore dell’articolo 1 della Costituzione e sull’errore strategico di un pensiero miope che pensa di sostenere un modello di sviluppo disconoscendo i diritti della persona che lavora. Quello che nella concezione culturale cristiana pre-marxista del 1331 era un valore acquisito in termini di civiltà oggi non può diventare lo scalpo da portare a Berlino per ingraziarsi la Merkel, la Banca centrale europea e la finanza speculativa globale.
Iscriviti a:
Post (Atom)






